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Archivio di Novembre 2007

Inflazione in Italia ai massimi livelli

Venerdì 30 Novembre 2007

admin

L’inflazione sale ai massimi valori in Italia e in tutta Europa nel mese di novembre. L’Istat infatti ha comunicato che nel nostro Paese è salita al 2,4% contro il 2,1% registrato in ottobre, ed è ai massimi livelli dal giugno 2004. Su base mensile i prezzi sono cresciuti dello 0,4%. Volano tutti i beni di consumo alimentari, in particolare il pane con +12,4%, e la benzina che registra +2,2% sul mese scorso e +9,8% sull’anno. Ma l’inflazione aumenta in tutta l’Unione Europea. Secondo stime di Eurostat, a novembre tocca il 3% rispetto al 2,6% del mese precedente, il livello più alto dal maggio 2001. E il Pil, nel terzo trimestre dell’anno, è salito al 2,7% in tutta l’area europea,  con +1,9% in Italia.

Appello da parte di Cgil, Cisl, Uil e Ugl al governo perché intervenga immediatamente sull’emergenza inflazione. Maulucci rappresentante della Cgil dice:” l’esecutivo si muova attraverso la diminuizione delle accise e i controlli e le sanzioni verso qualsiasi intervento speculativo”. Baretta della Cisl commenta così “E’ urgente che convochi le parti interessate per evitare che questi dati inflattivi diventino preoccupanti”. Secondo Pirani di Uil “Occorre una politica adeguata che eserciti un effettivo controllo delle dinamiche dei prezzi e delle tariffe”. E Segarelli di Ugl “Non è più rinviabile un intervento del governo su salari e prezzi”.

I dati sull’inflazione preoccupano il governo italiano, ma l’Italia si conferma la più virtuosa nell’ambito europeo. Così il ministro dello Sviluppo Economico commenta i dati dell’Istat. Per Bersani, le cifre mettono in evidenza che il livello italiano è inferiore al 3% registrato in Europa. “La relativa maggior tenuta è da imputare ai provvedimenti adottati dal governo in Parlamento che hanno controbilanciato,grazie alle liberalizzazioni e agli interventi sui farmaci,le tensioni sui prezzi alimentari ed energetici”.

Wall Street e Borsa Europea in ribasso

Mercoledì 21 Novembre 2007

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Le perdite di Wall Street trainano al ribasso tutte le Borse europee che mandano in fumo 187 miliardi di euro. In forte calo Piazza Affari dove il Mibtel ha chiuso a 29005 punti (-2,46%). Giù anche gli indici S&P/Mib (-2,40%) a 37612 punti e All Stars (-2,82%) a quota 14831. Negativi tutti i principali titoli del listino con Impregilo che perde circa l’8% e Fiat oltre il 5%. Si salva solo Alitalia. Nel resto d’Europa, Londra cala di circa il 2,5%. Parigi e Francoforte in discesa di oltre un punto percentuale. Euro intorno a 1,46 dollari. Wall Street chiude poi in netto calo: Dow Jones -1,66%, Nasdaq 1,66%.

Nuovo Record dell’euro sul Dollaro

Mercoledì 21 Novembre 2007

admin

L’Euro vola ancora anche stamattina all’apertura dei mercati valutari. Nei primi scambi della mattina, la moneta unica Europea ha raggiunto un nuovo record contro il dollaro, ed è stato scambiato a 1,4856 dollari per poi scendere a 1,4798. La divisa statunitense si è indebolita ulteriormente dopo la revisione al ribasso delle previsioni di crescita,da parte della Federal Reserve. Nuovo record anche per il prezzo del greggio, arrivato sui mercati asiatici a 99,29 dollari al barile. Gli analisti imputano il rialzo ai timori dovuti all’incertezza degli approvvigionamenti.

L’euro continua così a registrare nuovi record e vola oltre quota 1,48 dollari. La moneta unica europea ha esordito a 1,4675 dollari, ma poco dopo ha segnato il record schizzando a 1,4766 e poi ancora su a 1,4794 per giungere poi a 1,4806, nuovo record. Ieri la quotazione era stata di 1,4654. A pesare sul dollaro resta la crisi dei mutui subprime. L’euro vale invece 161,98 yen, contro i 161,58 della precedente quotazione. Le Borse europee, dopo il tonfo di ieri, sono tutte positive in avvio di seduta.

Nuovi rialzi dei prezzi del gasolio che portano il diesel ad un nuovo livello record e ormai sempre più vicino ai prezzi della benzina. Il gasolio vola ad un passo da quota 1,3 euro al litro, arrivando a 1,296. Mettendo a confronto le rilevazioni del ministero dello Sviluppo economico, emerge che rispetto a un mese fa il prezzo del gasolio ha messo a segno un incremento di 7 centesimi, passando da quota 1,229 euro al litro del 20 ottobre scorso a 1,296 euro al litro.

Benzina sale per 4 volte l’inflazione

Venerdì 16 Novembre 2007

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I prezzi dei carburanti, trainati dai ripetuti rialzi del prezzo del greggio, continuano a salire. Il fatto rilevante è che i prezzi della benzina alla pompa sono cresciuti ben quattro volte più dell’inflazione. A ottobre, il carovita è salito al 2,1% mentre,negli ultimi 12 mesi,un litro di benzina o gasolio è cresciuto di oltre 10 centesimi, passando da 1,230 euro di un anno fa, agli attuali 1,339 per litro. Conti alla mano, si tratta di un rincaro vicino al 9%. Per un pieno di un’auto di media cilindrata gli automobilisti devono mettere in conto oltre 5 euro in più rispetto al 2006.

Investire con i Derivati in sicurezza

Venerdì 16 Novembre 2007

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I derivati per definizione sono dei contratti il cui rendimento dipende in modo diretto da quello di un altro bene che può essere sia uno strumento finanziario del tipo azioni, obbligazioni, titoli di stato ecc o anche un bene reale come qualsiasi materia prima quale petrolio o beni materiali come caffè  soia ecc. Quindi le quotazioni dell’oggetto sul quale è costruito il derivato e che per questo motivo prende anche il nome di bene sottostante vanno ad influire in modo diretto sul guadagno o sulla perdita che il derivato può produrre.

Semplificando si può dire in altre parole che i derivati sono tipo una scommessa sull’andamento futuro delle quotazioni di un determinato bene materiale. Anche se la loro funzione principale dovrebbe essere quella di coprire l’investitore da eventuali rischi. In gene chi li vende trasferisce su di se i rischi relativi all’andamento del prezzo del bene sottostante e chi li acquista lo fa invece perché spera di proteggersi dalle fluttuazioni di mercato di quel prezzo.

Facendo un esempio pratico si può  costruire i derivati sulle valute e questo è molto utile per quelle imprese che hanno relazioni con l’estero e quindi hanno anche necessità di acquistare valuta straniera. I derivati in questo caso particolare aiutano l’azienda a proteggersi dai rischio della fluttuazione del mercato dei cambi. I derivati sono strumenti molto utili in genere se si fa attenzione.

Recentemente si è scoperto ad esempio, nelle casse del fondo pensionistico dei dipendenti ex IBI (istituto bancario che all’inizio degli anni novanta è stato fuso nella CARIPLO) un buco, anzi una voragine. In pratica su 80 milioni di euro di dotazione del fondo, ne mancano all’appello circa 43. Oltre la metà. L’ammanco è stato scoperto solo all’inizio di quest’anno, in occasione della fusione di Banca Intesa (istituto bancario risultante dall’aggregazione della Cariplo con altri istituti di credito) e San Paolo IMI ed esso è frutto, non di una sottrazione fraudolenta da parte di amministratori infedeli, quanto di una errata valutazione dei rischi insiti negli strumenti finanziari nei quali è stata investita la liquidità della cassa. Derivati appunto.

Borse Europee: si chiude settimana nera con perdite di 137 miliardi

Domenica 11 Novembre 2007

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E’ stato un venerdì nero per le Borse europee che hanno bruciato 137 miliardi di euro, capitanate dalla Borsa di Stoccolma che ha lasciato sul terreno il 2,65%. Tra le principali, il calo è di 1,21% a Londra, -1,91% per Parigi, -2,19% a Zurigo, -2,39% per Amsterdam, -1,82% a Milano. Pessima la seduta anche a Wall Strett, dove il Dow Jones ha chiuso in perdita dell’1,69% e il Nasdaq di 2,52%. In forte calo anche le Borse asiatiche a causa del prezzo del greggio e della svalutazione del dollaro. A far perdere quota alle Borse, le notizie di altre banche e finanziarie in crisi per i cosiddetti mutui subprime, i mutui facili americani.

Seduta pesante a Piazza Affari e su tutti i mercati europei, penalizzati dalla crisi delle banche negli Usa. A Milano il Mibtel è tornato sui livelli di settembre scorso. Lo S&P/Mib cede l’1,82% a 37.845 punti, il Mibtel il 2,02% a 29.402, l’All Stars l’1,78% a 15.874.

I volumi hanno toccato circa 8 miliardi di euro nel finale.

Maglia nera del listino è stato il Monte dei Paschi di Siena, che ha lasciato sul terreno l’11%. , Numerosi i downgrade degli analisti seguiti all’annuncio dell’accordo per l’acquisizione di Antonveneta per 9 miliardi di euro, finanziati per metà da un aumento di capitale. “Al mercato l’operazione non è piaciuta perché poco chiara e, inoltre, la sensazione è che Antoveneta sia stata strapagata”, dice un trader.

Male anche Unicredit, che chiude in calo del 2,62% dopo che nella seduta aveva esteso il ribasso vicino al 5%. Secondo un trader il titolo risente del clima fortemente negativo che pesa sui bancari, con Barclays in calo del 7% su voci di grosse perdite nel mercato del credito.

Poco prima della chiusura dei mercato, la banca ha smentito voci di ingenti svalutazioni e di operazioni sul capitale e ha ribadito la solidità patrimoniale del gruppo.

Nel resto del settore il Banco Popolare cede lo 0,47% e Intesa Sanpaolo lo 0,58%. Vendite anche su Fondiaria-Sai (-6,03%). Sul finale congelata per cinque minuti al ribasso la Popolare di Milano, che chiude in calo del 3,41%. L’indice europeo dei bancari cede nel complesso il 2%.

Le voci di placement hanno penalizzato Fiat, in calo del 4,93% con volumi sopra le media, contro auto europee a -1,2%. Unicredito ha smentito le voci di collocamento di titoli del Lingotto e sottolinea che l’intera quota è oggetto da tempo di opertazioni di copertura finanziaria.

Male anche il settore dell’energia, con Eni che cede l’1,6%. Fra le blue chip resiste alle vendite Mediolanum, che riesce ad avanzare dello 0,48%. Fra i minori balzano Cementir con una salita del 3,6% e I viaggi del Ventaglio (+3,32%).

Direttiva Mifid per tutelare gli investitori, le nuove norme

Venerdì 9 Novembre 2007

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La rivoluzione copernicana, perché di questo si tratta, è arrivata quasi fino all’ultimo minuto senza la bussola dei regolamenti Bankitalia e Consob. Comunque, proprio in zona Cesarini, i testi con le indicazioni delle autorità di vigilanza sono stati firmati e, dal primo novembre, la Mifid ha debuttato in tutta Europa, Italia compresa. Nel nostro paese, proprio per i ritardi con cui si è giunti all’appuntamento, in realtà l’applicazione di molte norme scatterà “al primo contatto utile con il cliente”, il che vuol dire subito, fin da ora, se è il primo incontro, o appena possibile e al massimo entro il 30 giugno se si tratta di rapporti intermediari clientela già in essere. Ma quando tutti gli aspetti saranno andati a regime probabilmente ci vorranno più di sei mesi l’industria della finanza uscirà trasformata.

La Mifid modifica la filosofia che ha retto finora gli scambi in Italia, a partire dal caposaldo: la concentrazione delle negoziazioni in Borsa. Viene meno il concetto stesso di mercato regolamentato come quello più pesante in termini di caratteristiche, garanzie, ufficialità, rispetto alle eccezioni, ovvero ai circuiti di negoziazioni che rientravano nell’area dei sistemi di scambi organizzati. Viene abolito l’obbligo di concentrazione: non ci sono deroghe e casi particolari (ad esempio prima c’era il mercato dei blocchi) ma occorre verificare se e quanto si estenderà la concorrenza; insomma se realmente si creeranno altri centri di contrattazioni e sopravviveranno nel tempo. L’esperienza ha insegnato che la liquidità tende a concentrarsi; quindi, un solo mercato di negoziazione per ogni titolo o tipologia di titoli. Sarà da vedere come si andranno a sistemare gli scambi in regime di concorrenza soprattutto sui costi. (more…)

Le banche tengono le Borse sotto scacco

Venerdì 9 Novembre 2007

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La crisi del credito tiene sempre sotto scacco i mercati finanziari mondiali, incapaci di uscire dalla spirale ribassista in cui si sono infilati a causa del proliferare di cattive notizie provenienti soprattutto dai colossi bancari Usa. La crisi dei mutui subprime indebolisce i bilanci, mina la fiducia degli investitori e aumenta i timori di una sua amplificazione ad altri settori dell’economia.Il clima resta insomma teso, più di quanto dicano gli indici che ieri mostravano ribassi percentualmente non allarmanti Londra, la peggiore, è scesa dell’1%, Milano ha ceduto lo 0,82% e Wall Street ha contenuto le flessioni attorno allo 0,5%. Ciò che più inquieta, semmai, è l’assenza di indicazioni positive da parte delle banche. Dopo le indiscrezioni circolate alla fine della scorsa settimana, Citigroup ha alzato bandiera bianca: alla Sec l’omologa della Consob, il colosso finanziario statunitense ha consegnato una serie di documenti in cui ipotizza svalutazioni tra gli 8 e gli 11 miliardi di dollari conseguenti alle attività agganciate ai prestiti ad alto rischio. Non solo: il risultato netto del terzo trimestre è stato rivisto a 2,21 miliardi rispetto ai 2,38 stimati il mese scorso, da paragonare ai 5,51 miliardi messi in cassaforte nel periodo luglio-settembre 2006 da Citigroup. La Borsa di New York, già mal disposta dopo il licenziamento nel weekend di Charles Prince, sostituito dall’ex titolare del Tesoro Usa, Robert Rubin (ma la casella dell’amministratore delegato è ancora vuota), non l’ha presa bene nonostante l’inatteso rialzo dell’Ism servizi a quota 55,8 in ottobre, e sul titolo sono fioccate le vendite meno 5%. L’effetto di trascinamento sui titoli bancari è stato così inevitabile, con Ubs, Barclays e Hsbc costretti a subire perdite tra il 2,3 e il 3,7%, mentre a Piazza Affari hanno mostrato una certa resistenza Intesa Sanpaolo meno 0,15% e Unicredit meno 0,18%. Motivo? «Le banche italiane - commentava un trader - sono già state massacrate, hanno già dato».

Quanto successo finora rischia tuttavia di essere nulla se paragonato a quanto potrebbe accadere. Secondo Bill Cross, numero uno di Pimco, il più grande gestore mondiale di fondi obbligazionari, se la Federal Reserve non interverrà con un ulteriore taglio dei tassi, il mercato immobiliare andrà incontro a un crollo dei prezzi oscillante tra il 10 e il 15%. Cross considera inoltre «un problema da 1.000 miliardi di dollari» il mercato dei mutui sub prime, destinato a manifestare insolvenze per circa 250 miliardi nei bilanci delle principali banche d’affari statunitensi come Merrill Lynch (che ha già proceduto a svalutazioni per 8,4 miliardi) e, appunto, Citigroup. La cifra di 250 miliardi è contenuta anche in uno studio di Lehman Brothers in cui viene ipotizzato questo ammontare di perdite nell’arco dei prossimi cinque anni, da “spalmare” sulle banche commerciali, sulle agenzie governative del settore (Freddie Mac e Fannie Mae) e sulle compagnie assicurative.

Costi conto corrente bancario in Italia

Venerdì 9 Novembre 2007

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Mantenere aperto un Conto Corrente Bancario in Italia costa in media 130 euro all’anno ma può arrivare, se il deposito è molto movimentato, anche a 218 euro. È quanto emerge dall’indagine condotta dalla Banca d’Italia su 4.500 conti tenuti presso più di 130 istituti di credito. A dare i risultati è stato lo stesso Governatore, nel corso del suo intervento alla giornata mondiale del risparmio. Draghi afferma che “Sulla base di prime elaborazioni la spesa media annua per un conto corrente è oggi pari a 130 euro. La spesa, pur ridotta in media rispetto ad una indagine simile del 2005, effettuata con criteri e finalità in parte diversi, è molto variabile anche a causa delle diverse caratteristiche di operatività: il 25% dei conti con il minor numero di operazioni annue costa in media 70 euro, contro i 218 del 25% con il maggior numero di operazioni”. Gli italiani preferiscono ora i conti a pacchetto, piuttosto che i conti a consumo dove gli oneri dipendono dal numero dei movimenti.

Alle banche Draghi chiede di “continuare a migliorare l’informazione fornita alla clientela. Trasparenza delle condizioni, concorrenza fra banche, attenzione per la clientela, consapevolezza di quest’ultima”, afferma il governatore, “contribuiscono alla riduzione dei costi; possono e devono stimolare ulteriori progressi”

Con l’euro forte i tassi possono scendere

Venerdì 9 Novembre 2007

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Finora la Bce ha regolato il costo del denaro senza tener conto degli andamenti dei cambi, ma negli ultimi tempi, data la volata e i record dell’Euro, sono aumentate le pressioni politiche sulla banca centrale Europea.Il rapporto tra i mercati valutari e quelli obbligazionari è da sempre molto importante; normalmente una valuta in rafforzamento attrae flussi di investimento dall’estero con effetti positivi su tutti i mercati finanziari quindi anche quelli obbligazionari. Una valuta forte inoltre consente di contenere le pressioni dell’inflazione provenienti dall’esterno, per esempio a causa dell’aumento del prezzo del petrolio, e quindi permette di mantenere il livello dei tassi di interesse su valori più contenuti. Infine la continua rivalutazione di una valuta rischia di mettere in crisi l’economia del paese se le società esportatrici non sono più in grado di competere sui prezzi dei beni esportati.

Tutte queste considerazioni valgono ovviamente per l’attuale situazione in Europa; l’euro è in continuo rafforzamento nei confronti di tutte le principali valute da almeno 4 anni, ciò nonostante i livello dei tassi di interesse è decisamente salito a partire dalla seconda metà del 2005. Ovviamente non sono solo i mercati valutari ad influenzare i tassi di interesse, durante gli ultimi tre anni la crescita economica in Europa è aumentata in maniera considerevole e questo ha costretto la BCE ad aumentare i tassi di riferimento dal 2% al 4% senza troppo considerare la forza della valuta Europea.

Dopo l’accelerazione delle ultime settimane tuttavia, con l’euro-dollaro (USD) sopra 1,40 e l’euro-yen tornato vicino ai massimi di luglio, ci sembra lecito chiedersi se dopo una lunga fase di scarsa influenza i mercati valutari possano tornare a condizionare le scelte della BCE e quindi la direzione dei mercati obbligazionari.

Da un punto di vista dell’andamento storico la nascita dell’euro è abbastanza recente per poter valutare la relazione tra tassi di interesse e andamento della valuta. Tuttavia risulta evidente come, fino a fine 2004, l’andamento dell’euro sia stato inversamente correlato ai tassi di interesse; cioè ad un indebolimento dell’euro corrispondeva un aumento dei tassi e viceversa. Da metà 2005 in poi la relazione è invece diventata diretta.

Questa evidenza grafica è confermata dai valori di correlazione tra tassi e valute; ricordiamo che il valore di correlazione può andare da -1 (massima correlazione inversa) a +1 (massima correlazione diretta). Da inizio 99 a fine 2004 i valori di correlazione con i tassi di interesse sono pari a -0,83 per il dollaro e -0,94 per lo yen. Da metà 2005 in poi i valori di correlazione diventano di +0,89 per il dollaro e + 0,95 per lo yen.

Analizzando brevemente il problema anche da un punto di vista fondamentale invece, sembrano affiorare alcuni segnali di debolezza in certi dati macroeconomici. In particolare gli indici ZEW e IFO in Germania e il PMI manufattutiero a livello europeo hanno evidenziato tra luglio e agosto un notevole rallentamento. Lo stesso dicasi per i nuovi ordini industriali dell’area euro, passati da +4% a -4% da luglio a agosto.

Come sempre sottolineiamo che singoli dati macroeconomici possono spesso trarre in inganno. Resta quindi inteso che i segnali di debolezza non sono per ora sufficienti per arrivare a conclusioni certe, né si può valutare se e quanto la forza dell’euro abbia influito.

Tuttavia rispetto a pochi mesi fa sembrano indubbiamente esserci maggiori pressioni (non solo politiche) sulla BCE, affinché prenda in considerazione gli aspetti valutari nelle sue decisioni. Se l’euro dovesse continuare la sua corsa contro dollaro e yen quindi, è a nostro parere plausibile che la fase di salita dei tassi possa arrestarsi se non addirittura invertirsi.