Newsletter

Iscriviti alla nostra NewsLetter


Archivio di Febbraio 2008

Volano Azioni di As Roma a Piazza Affari dopo voci vendita società

Mercoledì 27 Febbraio 2008

admin

Le Azioni della AS Roma volano ancora a Piazza Affari. I titoli della squadra di Francesco Totti sono balzati di oltre il 22%Rosella Sensi spinte dalle nuove indiscrezioni su un imminente di proprietà del club. Nonostante le nuove smentite dell’amministratore delegato , il titolo della As Roma ha chiuso le contrattazioni a 0,7430 euro, con un rialzo del 22,81% e con volumi di scambi particolarmente sostenuti, pari al 2,11% del capitale, cioè 10 volte la media giornaliera mensile. Il titolo è stato sospeso due volte per eccesso di rialzo ma non ha arrestato la sua corsa iniziata sin dai primi minuti di contrattazioni.Alla base del rialzo, secondo alcune operatori, ci sono le indiscrezioni di stampa sulla possibilità che la famiglia Sensi, azionista di controllo di Italpetroli, a cui a sua volta fa capo la Roma, possa essere costretta a “sacrificare” la squadra giallorossa per recuperare parte dei debiti con Capitalia, ora assorbita da Unicredit. Voci smentite con decisione domenica prima di Roma-Fiorentina da Rosella Sensi, con parole che, evidentemente, non hanno convinto il mercato fino in fondo.

Rossella Sensi ha dichiarato: “Stiamo lavorando a un piano industriale molto serio andiamo avanti ma siamo un po’ stanchi di smentire. Quelle voci non sono fondate né corrette e sono inesatte le informazioni che vengono date”.

Non sembrano in ogni caso al momento esserci novità. Le trattative per rinegoziare il debito con Unicredit proseguono. Unicredit però non intende esercitare l’opzione per salire al 51% di Italpetroli e prendere così il controllo della società della famiglia Sensi. Dalle sale operative poi si fa notare la particolarità del titolo As Roma, caratterizzato da sempre da un andamento molto volatile: «Al pari delle altre società sportive - commenta un operatore - la Roma non è tenuta in portafoglio dai fondi o da altri investitori istituzionali». Dunque sul titolo «si registrano sempre movimenti importanti dopo un risultato sportivo» e con la vittoria sulla Fiorentina, secondo l’operatore «si è scatenata la corsa all’acquisto da parte degli azionisti-tifosi». D’altronde, spiegano altri osservatori, i titoli delle squadre di calcio sono altamente illiquidi e bastano pochi acquisti per muovere con decisione il titolo.

A Piazza Affari si festeggiano i 200 anni della Borsa Italiana

Mercoledì 27 Febbraio 2008

admin

Sono passati ormai duecento anni dalla nascita di Piazza Affari ovvero la Borsa Italiana. Due secoli di mercato, contrattazioni, titoli. Si è passati dalle grida all’elettronica e al mercato globale. La celebrazione del bicentenario della Borsa Italiana ha richiamato a Milano, a Palazzo Mezzanotte, i  rappresentanti delle più importanti istituzioni politiche e finanziarie. C’era la politica con il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa il governatore Formigoni; poi l’industria con in testa il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo; la finanza e il mondo bancario Giovanni Bazoli, Dieter Rampl, Carlo Salvatori, Corrado Faissola, Giuseppe Guzzetti, Gerardo Braggiotti e quello dell’editoria con il presidente di Rcs MediaGroup Piergaetano Marchetti e l’amministratore delegato Antonello Perricone, l’amministratore delegato e vice presidente Mondadori Maurizio Costa. E ancora il presidente Pirelli Marco Tronchetti Provera, il presidente Telecom Gabriele Galateri, il presidente di Cir e Cofide Carlo De Benedetti, il presidente Immsi Roberto Colaninno, il presidente Snam Rete Gas Alberto Meomartini, Marcellino Gavio.

Per Piazza Affari non si è trattato di una ricorrenza di poco conto, proprio per l’importanza che la Borsa Italiana ha avuto nello sviluppo e nella crescita del Paese. Un elemento sottolineato anche da Prodi nel suo intervento, chiuso con un riferimento alla situazione dei conti pubblici migliorata rispetto a due anni fa. Tuttavia è stata proprio la storia della Borsa italiana l’elemento centrale della celebrazione. E nell’era del marcato globale e digitale è difficile immaginare condizioni, tempi e modi di lavoro in quell’avvio avvenuto il 15 febbraio 1808, quando hanno avuto luogo le prime negoziazioni della Borsa di Milano, istituita pochi giorni prima, 16 gennaio 1808, con decreto da Eugenio Napoleone. La Borsa è stata in questi duecento anni lo specchio delle vicende economiche e finanziarie del Paese, registrandone i momenti di crescita e i momenti di crisi, e trasformandosi da mercato locale a mercato nazionale e quindi internazionale. Un sistema finanziario evoluto favorisce una crescita robusta e sostenibile, limitando le barriere che si frappongono tra la raccolta e l’allocazione del risparmio, favorendo il processo di selezione delle eccellenze imprenditoriali e delle opportunità di investimento, offrendo nuove modalità di gestione dei rischi.

Nel 2008 si celebrano inoltre i 10 anni di Borsa Italiana SpA, nata nel 1998 dalla privatizzazione dei mercati finanziari del nostro Paese. Alla fine del 1997 sui mercati di Borsa Italiana erano quotate 235 società nazionali, la cui capitalizzazione ammontava al 30% del prodotto interno lordo. Il valore degli scambi sui mercati azionari era pari al 17% del Pil.

Negli ultimi 10 anni 236 società sono state ammesse a quotazione sui mercati di Borsa Italiana, in 193 casi a seguito di operazioni precedute da offerta pubblica. Queste imprese hanno potuto raccogliere quasi 50 miliardi di euro, di cui 14 affluiti direttamente alle imprese per il finanziamento della loro crescita per linee interne ed esterne. Altri 81 miliardi di euro sono affluiti a società già quotate attraverso aumenti di capitale. A fine 2007 le società italiane quotate erano 301 (344 con le società estere e quelle quotate sull’MTA International) e la capitalizzazione di mercato aveva raggiunto il 48% del Pil. Il valore degli scambi azionari è costantemente aumentato, raggiungendo nel 2007 il 103% del Pil. Dal 1998 al 2007 sono stati registrati scambi complessivi per un totale di 8.180 miliardi di euro, di cui 1.575 miliardi di euro nel corso del 2007. L’integrazione con il London Stock Exchange, decisa nel corso del 2007 e ora in piena fase attuativa, rappresenta allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza, essendo un nuovo importante passo attraverso il quale la Borsa può continuare a contribuire allo sviluppo del sistema economico e finanziario italiano.

Fondi Private equity sbarcano in Turchia

Mercoledì 27 Febbraio 2008

admin

I fondi private equity europei attraversano per la prima volta il Mediterraneo con un’operazione di grande taglia. E l’Italia sta giocando un ruolo di primo piano in questa operazione.Bc partners, assistita nell’operazione da Dea Capital del gruppo De Agostini e dalla turca Turkven, si è aggiudicata ieri il 50,8% di Migros Turk, la principale catena di supermercati della Turchia messa in vendita dalla conglomerata Koc Group. La valutazione dell’intera Migros Turk, che è uno dei primi trenta gruppi quotati in Borsa in Turchia, ammonta a 2,2 miliardi di euro: il veicolo societario messo assieme dai tre fondi di private equity investirà all’inizio direttamente poco più di 500 milioni, facendosi finanziare dalle banche turche per altri 500, in modo da acquisire il 50,8% della catena di supermarket. Poi lo stesso veicolo societario lancerà un’Opa sulle restanti azioni Migros Turk quotate alla Borsa di Istanbul mantenendo all’incirca le stesse proporzioni tra capitale investito direttamente e crediti bancari. Questa è sicuramente la più grande operazione di private equity annunciata in Turchia e anche il primo caso di una società quotata che finisce a operatori interessati a toglierla dal listino. Ma la mossa è significativa anche perchè segnala la spinta dei private equity americani e della vecchia Europa a muoversi verso mercati che abbiano caratteristiche di crescita maggiori di quelli domestici. Non a caso Bc Partners ha dovuto battersi contro concorrenti di peso come i fondi americani Kolberg Kravis Roberts e Blackstone, mentre negli scorsi mesi era in gara anche il colosso francese della grande distribuzione Carrefour.

Anna Gervasoni direttore generale dell’Aifi, l’associazione italiana del private equity, dice che “C’è grande interesse per i possibili sviluppi sulla sponda Sud del Mediterraneo ancora poco esplorata e ad esempio in aprile si terrà a Tunisi una riunione degli operatori del private equity di tutta l’area ed europei che sarà un’opportunità per stringere contatti”.

Il caso della grande distribuzione turca è emblematico della ricerca di aree e settori dove la crescita sia più efferverscente del 2% o poco meno a cui pare destinata l’Unione europea nei prossimi tempi. Migros Turk è la prima catena di supermercati del paese, che ha circa il 22% del mercato nazionale ed opera attraverso 900 punti vendita in oltre cinquanta città attraverso supermercati classici, ipermercati e discount. E il paese, vista la forte crescita dei consumi al dettaglio e il processo di urbanizzazione che spinge sempre più consumatori verso la grande distribuzione, ha il vantaggio di essere un mercato tutt’altro che maturo ma che è comunque vicino sia geograficamente che politicamente all’Unione europea.

L’operazione ha una forte componente italiana, visto che a portarla avanti per Bc Partners è stato il team tricolore guidato dal senior partner Francesco Conte e dal country manager Antonio Belloni, assistito anche da un altro partner londinese ma di origini greche, Nikos Stathopoulos. E proprio Belloni, che è approdato al private equity dopo essere stato amministratore delegato del gruppo De Agostini, ha giocato un ruolo nell’imbarcare nell’affare il gruppo di Novara attraverso Dea Capital, che avrà una quota del 18% nella società veicolo. Ma decisivo per lo sbarco su un mercato come quello turco è stata anche la collaborazione delle banche locali che conoscevano bene Migros e la sua situazione finanziaria, visto che in un momento di credito difficile difficilmente i fondi di private equity avrebbero ottenuto finanziamenti da grandi banche internazionali.

Visa entra in Borsa e sbarca a Wall Street

Martedì 26 Febbraio 2008

admin

Visa decide di sbarcare su Wall Street. La sigla borsistica, ticker, che rappresenterà Visa è stato già scelto: una ”V” di buon auspicio, che a Wall Street servirà a identificare Visa, pronta a sbarcare sul mercato azionario Usa con un’offerta-monstre, del valore massimo di 18,8 miliardi di dollari. Un valore che non era mai raggiunto nella storia del listino a stelle e strisce. Questa operazione  rappresenta un atto di fiducia da parte delle carte di credito, da mesi preda delle tensioni generate da un virus dei mutui subprime ben lontano dall’essere debellato, nei confronti della Borsa. Secondo gli analisti di Goldman Sachs, infatti, Citigroup potrebbe essere costretta a iscrivere a bilancio altri 12 miliardi di svalutazioni, mentre qualche segnale positivo sembra giungere da Ambac, il gruppo di assicurazione dei bond in gravi difficoltà, vicino a un’intesa con un pool di banche per una ricapitalizzazione da tre miliardi.

Visa spera di imitare il successo ottenuto dai rivali di Mastercard, il cui titolo, dal lancio della mini-Ipo da 2,4 miliardi nel maggio 2006, è praticamente quadruplicato senza dunque risentire né della crisi del credito, né dei venti di recessione che soffiano sull’America. Certo, lo sforzo finanziario richiesto da Visa ai potenziali azionisti è ben superiore: l’offerta, nel prospetto presentato alla Sec (l’omologa della nostra Consob), è di 406 milioni di azioni, vale a dire poco più della metà del capitale della società, finora custodito dalle banche di San Francisco. Il prezzo si collocherà tra i 37 e i 42 dollari. Nel caso la domanda non venisse pienamente soddisfatta, Visa si è già dichiarata pronta a rendere disponibili altri 40,6 milioni di azioni. In questo caso, ipotizzando una valutazione del titolo nella parte alta della forchetta, l’incasso si aggirerebbe sui 19 miliardi, un valore ben superiore ai 10,6 miliardi raccolti nel 2000 da At&t, finora la cifra più alta rastrellata a Wall Street per mezzo di un collocamento. Il record assoluto, con poco meno di 22 miliardi, appartiene dal 2006 alla cinese Industrial & Commercial Bank of China.

I tempi dello sbarco a Wall Street non sono ancora stati definiti dal vertice di Visa, ma gli analisti sono convinti che l’Ipo vedrà il via entro poco tempo.

Oltre a giungere in un momento congiunturale (e borsistico) delicato, l’iniziativa della società di San Francisco cade in un periodo in cui il settore delle carte di credito non gode di buona salute. A fine 2007, il debito accumulato dagli americani con l’utilizzo delle credit card aveva raggiunto l’astronomica cifra di 944 miliardi. Nel frattempo, gli acquisti sono calati e le insolvenze aumentate. Alcuni osservatori hanno infatti individuato nelle banche emittenti carte di credito le prossime vittime della crisi. Per Visa, tuttavia, la situazione appare più confortante: così come Mastercard, la società guadagna grazie alle transazioni e non sull’entità degli acquisti, non presta denaro e non concede dilazioni nei pagamenti. La conferma, del resto, è contenuta nei dati di bilancio: il gruppo californiano ha chiuso il quarto trimestre 2007 con utili raddoppiati a quota 424 milioni (più 79% i ricavi a 1,49 miliardi), mentre la società di Purchase (nello Stato di New York) ha moltiplicato per sette il risultato netto (a 304,2 milioni), battendo ancora una volta le stime degli analisti da quando è trattata in Borsa.

Conti correnti online con tassi interesse maggiore, si prevede un boom nel 2008.

Domenica 24 Febbraio 2008

admin

Secondo l’Osservatorio Finanziario, l’istituto che si occupa di monitorare l’e-banking, il 2008 sarà l’anno del boom dei conti online e degli investimenti su internet. La sfida tra i conti correnti offerti si basa sul costo sempre più basso del conto e sugli interessi attivi offerti, che in qualche caso arrivano a sfiorare perfino il 6% lordo.

Le offerte veramente innovative e anche redditizie tra quelle proposte di recente dalle banche ai privati sono proprio quelle che riguardano l’online banking. Infatti solo accedendo all’operatività sul conto mediante Internet si può beneficiare di una quantità di agevolazioni e di riduzioni dei costi: al momento in cui si reca in agenzia a eseguire delle operazioni, il cliente ritrova spesso costi e oneri che credeva di avere consegnato ormai al passato.

Il Rapporto 2008 sui conti correnti online stilato dall’Osservatorio Finanziario mostra che nel 2007 le spese per tenuta conto sono scese del 68% rispetto al 2005 e del 25% rispetto al 2006. I tassi creditori si inquadrano sull’1,08% mentre il tasso debitore si aggira sul 12,13%. Per quello che riguarda le spese di chiusura conto i costi sono quasi sempre uguali a zero, ma in numerosi casi si presentano al consumatore degli ulteriori costi occulti di difficile identificazione.

Secondo l’Osservatore Finanziario il conto corrente più valido sembra essere il Conto IW di IW Bank che offre il 4% di interessi, poi il Conto me di We Bank (3,9%), Websella.it di Banca Sella (3,75%) e Conto Fineco (3,75%). C’è anche il conto di deposito Conto Santander (3,75%). A questi si aggiungono Conto Arancio di Ing Direct, anche questo un conto di deposito, e poi i nuovi conti di Barclays e Cariparma, con tasso creditore lordo d’ingresso rispettivamente a pari al 5% e 4%.

Crisi Mutui affonda il Credit Suisse, svalutazione record di 2,85 miliardi di dollari

Giovedì 21 Febbraio 2008

admin

Il trading online selvaggio ha colpito un altra Banca. Dopo Société Générale è toccata la stessa sorte al Crédit Suisse. La Banca Svizzera ha annunciato una svalutazione di ben 2,85 miliardi di dollari sul valore di strumenti finanziari legati ai mutui ad alto rischio. E nel contempo ha sospeso un gruppo di trader, rei di aver commesso errori di valutazione su quei “commercial paper”. Il risultato è il collasso in Borsa delle azioni e titoli legati al Crédit Suisse con -6,61% alla Borsa di Zurigo. A causa delle rettifiche i profitti del primo trimestre saranno alleggeriti di almeno un miliardo di euro. Inoltre l’istituto perde l’aura dorata di chi finora, al contrario della consorella elvetica Ubs, era passato pressoché indenne attraverso lo tsunami dei mutui subprime. Ma soprattutto il Credit Suisse deve fare i conti con il pesante danno d’immagine. Dopotutto, proprio come fu per SocGen, di mezzo ci sono ancora loro, i trader. L’amministratore delegato della banca, Brady Dougan, parla di  pochi operatori, subito sospesi dal servizio, ma ancora stipendiati dalla banca, almeno fino a quando gli accertamenti saranno in corso. Per ora il Crédit Suisse cerca di sminuire sui responsabili della vicenda, parla di errori sulla prezzatura di alcuni strumenti legati al mercato immobiliare americano. I trader non avrebbero adeguato con la dovuta prontezza il valore dei titoli in portafoglio con il saliscendi dei mercati. In sostanza il portafoglio risultava sopravvalutato, i bilanci sfasati, tanto che dovranno con tutta probabilità essere rivisti anche i conti per l’anno 2007.

Secondo l’istituto di credito svizzero i normali controlli periodici interni alla banca avrebbero portato l’errore allo scoperto, con la conseguente svalutazione. C’è però anche una lettura diversa, rilanciata ieri da una nota di Bear Stearns, in cui si spiega come Kpmg, in qualità di revisore di Credit Suisse, abbia scoperto gli errori nelle valutazioni degli strumenti finanziari e, proprio per questo, si sia rifiutata di dare il proprio “nulla osta” ad una emissione obbligazionaria subordinata da 2 miliardi di dollari, con scadenza 2018.

Il mercato, preso alla sprovvista, capisce subito che la cosa è seria e che come ha spiegato un analista alla Reuters “è un disastro, potrebbe essere solo la punta di un iceberg”. A Zurigo il titolo va in tensione, arriva a perdere il 10%, quindi si assesta a un -6,61%, 53 franchi svizzeri. Un prezzo da saldo, che potrebbe convincere il fondo sovrano del Qatar ad incrementare le posizioni prese nelle scorse settimane. Ma si è accesa una nuova spia rossa nel mondo bancario, non per nulla l’indice di rischio per il settore, relativo all’andamento dei “credit default swap”, ha segnato un nuovo record.

Inchiesta USA su titoli UBS collegati ai mutui subprime

Mercoledì 20 Febbraio 2008

admin

Il Wall Stret Journal, citando fonti vicine agli inquirenti dichiara che la Procura di New York sta indagando sul prezzo dei titoli collegati ai <strong>mutui subprime</strong> del colosso svizzero <strong>Ubs</strong>. L’inchiesta della Procura segue quella già aperta dalla <strong>Fed</strong>, la Consob Usa, la quale sta indagando anche su Merrill Lynch. Le fonti fanno sapere che i giudici di New York non hanno ancora emesso mandati di comparizione per testimoniare nei confronti di Ubs e che la l’indagine si ricollega a quella della Sec. La Procura e l’autorità di controllo sulla Borsa sospettano valutazioni non regolari o manipolazioni sulle attività garantite da <strong>mutui</strong>.
Ubs è il gruppo europeo più colpito dalla crisi dei subprime e ha già effettuato svalutazioni su attività legate ai mutui Usa per 18,4 miliardi di dollari, oltre a una perdita complessiva di oltre 4 miliardi di dollari per l’esercizio 2007. A questo proposito è intervenuto il ministro delle Finanze svizzero, Hans-Rudolf Merz per assicurare che le svalutazioni non mettono in pericolo i conti di Ubs. «Ovviamente è allarmante che una cosa simile sia accaduta nonostante la nostra cultura bancaria - dice il ministro al giornale, SonntagsBlick - Non è una cosa buona. Ma nè Ubs, nè il nostro sistema bancario sono in pericolo».

Risparmiatori in fuga dai fondi: buco record da 19 miliardi

Domenica 17 Febbraio 2008

admin

Il patrimonio netto del settore fondi è sceso dai 570 miliardi di fine dicembre agli attuali 538,6 in parte per i deflussi netti, e in parte per la crisi dei mercati, che ha ridotto il valore delle attività in portafoglio. E, ancora una volta, i risparmiatori rischiano di pagare due volte la crisi: prima le performance deludenti dei fondi, poi uscendo nel momento meno opportuno dall’investimento, immortalando la crisi nel momento peggiore o quasi. Si può parlare quindi di un settore allo sbando, quello dei fondi comuni e di risparmiatori in preda al panico e molto probabilmente mal consigliati. Solo così si spiega il rosso di 9,7 miliardi di euro, messo a segno dai prodotti azionari o ancora i deflussi netti pari a 6,3 miliardi nei fondi obbligazionari. Questa categoria, stavolta avrebbe dovuto salvarsi dal disastro: con le prospettive di taglio dei tassi di interesse, infatti, le obbligazioni già esistenti guadagnano valore, quindi la fuga precipitosa anche da questi fondi rischia di essere ancora una volta un errore. Finora a vincere sono stati i riscatti, che hanno travolto tutte le categorie di fondi (ad eccezione di un più 886 milioni nei fondi liquidità) e tutte le categorie di gestori (compresi gli esteri: meno 2,7 miliardi). 

Borse chiudono settimana in rosso: 147 miliardi bruciati!

Domenica 17 Febbraio 2008

admin

E’ un venerdì davvero nero per le Borse Europee quello appena trascorso! Tutte le Borse del vecchio continente infatti sono state trascinate in basso dai dati Macroeconomici statunitensi che alimentano i timori di recessione per l’economia Usa.

Piazza Affari chiude in forte ribasso, appesantita dalla debolezza del comparto bancario in tutto il continente e dallo scivolone di Telecom Italia. L’indice Mibtel ha terminato la giornata in flessione dell’1,42% a 25.587 punti mentre lo S&P Mib ha segnato un -1,63% a 33,568 punti. Pari a oltre 5,5 miliardi di euro il controvalore degli scambi.

Telecom Italia veste la maglia nera nel listino principale con un -4,61% a 1,822 euro. Il titolo nella seconda parte di seduta ha accusato una accelerazione delle vendite fino a perdere circa il 7%, che ha portato le quotazioni a un minimo di 1,79 euro, record negativo dal 2001. Le vendite hanno accelerato dopo alcune dichiarazioni dei sindacalisti al termine dell’incontro con Bernabè su una possibile necessità di ridurre i dividendi e procedere ad un aumento di capitale. Circostanze poi smentite dalla società.

Molto male ancora anche il titolo Alitalia con -4,11%, continua a scontare la decisione di Airfrance-Klm di congelare la trattativa per l’acquisto della compagnia fino a che non arriverà l’ok del nuovo esecutivo che uscirà dalle elezioni.

Vendite su tutto il comparto bancario in linea con le tendenze di tutti i listini. Da segnalare Unicredit -3,52%, Banco Popolare -2,43% e Intesa Sanpaolo -2,095%. Poco mossa Eni -0,09% dopo i risultati 2007 e l’annuncio del piano strategico 2008-2011 mentre Saipem guadagna lo 0,54% dopo i brillanti conti del 2007 e il superdividendo e l’aumento del rating da parte di Csfb a outperform.

Denaro su Fiat +0,58%, oggi l’ad del gruppo, Sergio Marchionne, ha detto di non essere preoccupato per il calo delle vendite di auto registrato nel mese di gennaio. In luce anche Prysmian +1,27% dopo i realizzi di ieri e Atlantia +2,44%.

Per quanto riguqarda le Borse Europee: quella tedesca di Francoforte ha perso l’1,87%, Londra l’1,56%, Parigi l’1,79%, Amsterdam l’1,74%, Madrid l’1,8% e Zurigo l’1,99%. Sul listino francese il crollo di Natixis (-10%) ha penalizzato anche Credit Agricole (-5,34%), Bnp Paribas (-3,34%) e Dexia (-2,87%). Gli ordini di vendita hanno penalizzato Air France-Klm (-3,32%), Suez (-3,17%) e Accor (-3,09%), mentre è salita in controtendenza Vallourec (+1,92%).

A Francoforte Deutsche Post ha guadagnato l’1,12% dopo le dimissioni rassegnate dal ceo Klaus Zumwinkel. Ha fatto meglio la controllata Deutsche Postbank (+2,84%) dopo la pubblicazione di conti trimestrali migliori delle attese.

In netto rialzo Premiere (+5,78%), su rumors di un’offerta di acquisto in arrivo, e Ikb (+2,87%), mentre si va chiarendo il piano di salvataggio messo a punto dal governo. A Londra, infine, bene il comparto materie prime, guidato da Vedanta (+2,54%), spinta dal ‘buy’ di Ubs, e Kazakhmys (+1,8%). In rosso invece Barclays (-3,58%).

Fondi di investimento in piena crisi e recessione!

Venerdì 8 Febbraio 2008

admin

L’industria del risparmio gestito è a un bivio, nel campo dei fondi di investimento si registra un deflusso record di 53 miliardi di euro nel 2007 dopo quello di 42,5 del 2006, mostra ancora come i clienti e gli investitori abbandonano questo strumento, e preferiscono altre forme di investimenti. Perdono continuamente clienti come un rubinetto rotto perde l’acqua. Così succede che clienti insoddisfatti preferiscono farsi ridare i soldi indietro e impiegare i propri risparmi in un altro modo. Questoè comprensibile, anche perché questi strumenti rendono poco e, colmo dei colmi, costano sempre troppo, persino quando le cose vanno male.

La crisi dei fondi d’investimento italiani meno 53 miliardi nel 2007 non è più un fenomeno transitorio, ma qualcosa di strutturale.

E, si potrebbe dire, persino di irreversibile. Insomma, una crisi profonda, che mette in forse anche la sopravvivenza di molte società di gestione, e obbliga quelle che vogliono restare sul mercato a cercare una svolta.

Mentre da più parti si invoca un intervento del Governo per eliminare l’esasperata tassazione dei fondi italiani, che li penalizza rispetto a quelli stranieri, e le maggiori incombenze burocratiche. Insomma, sembra proprio di essere alla vigilia di un radicale ripensamento di questo strumento, nato oltre venti anni fa per colmare un vuoto normativo e consentire anche agli italiani di investire in azioni e obbligazioni senza essere costretti a comprare singoli titoli ma diversificando il rischio.

Ormai la diagnosi dei mali di cui soffrono i fondi italiani è completa. E non intervenire adesso metterebbe a rischio la loro stessa sopravvivenza. Lo scorso novembre Assogestioni, l’associazione che riunisce la gran parte delle società di gestione (a loro volta perlopiù facenti capo a gruppi bancari) ha organizzato un convegno a cui ha partecipato, come relatore, un pezzo da novanta come Luigi Spaventa. A quest’ultimo è toccato di spiegare il perché della fuga dai fondi, che dura ormai da diversi anni, anche se ultimamente ha avuto un’accelerazione sorprendente.

La cesura rispetto a un passato tutto sommato brillante è datata 2000. Quell’anno la raccolta netta dei fondi, ovvero il saldo fra nuove sottoscrizioni e riscatti, si ferma per la prima volta, anche se ha ancora un seppur piccolo segno positivo. Il declino dei fondi italiani comincia nel 2001, quando appare per la prima volta un rosso nella raccolta netta: il saldo totale è però ancora positivo grazie ai fondi esteri, la maggior parte dei quali sono roundtrip, ovvero costituiti all’estero da società di gestione italiane. Un 2002 piatto lascia il posto a un 2003 con un segno più per i fondi italiani: a questo punto, però, cominciano a crescere gli strumenti esteri e così faranno per tutti gli anni successivi, salvo una leggera diminuzione della crescita nel 2006. Nel 2004 i fondi italiani sono in forte rosso, e la crisi continua nel 2005 e si protrae, approfondendosi, nel 2006, quando il passivo totale (esteri inclusi) è intorno ai 9 miliardi (42,5 solo italiani). Nel 2007 il crollo diventa una valanga: meno 53 miliardi. Rispetto al 1997, il peso dei fondi in mano alle famiglie sul Pil si riduce del 22,1 per cento.

L’altra bella domanda è dove vanno a finire i soldi che escono dai fondi, visto che comunque gli italiani continuano a risparmiare. Vanno a finire soprattutto in obbligazioni strutturate e, soprattutto, in polizze vita e fondi pensione, che insieme aumentano di quasi il 15 per cento sul Pil. Da qui l’accusa, che le società di gestione rivolgono alle loro stesse casemadri, le banche, di spingere volontariamente i risparmiatori ad abbandonare i fondi per allettarli con obbligazioni strutturate e polizze. Su questi prodotti continua l’accusa le banche lucrano subito delle belle commissioni che mettono nel bilancio dell’anno. Ma, così facendo, prosciugano il mare dove nuotano le loro sgr.

Le banche respingono le accuse al mittente: se i risparmiatori fuggono dai fondi italiani, ciò è dovuto al basso rendimento che questi ultimi offrono. Inoltre, gli italiani amano meno degli altri rischiare e pretendono sempre più prodotti con garanzia del capitale, che possono essere offerti con obbligazioni strutturate. Dunque, gli istituti di credito non fanno altro che assecondare i bisogni espressi dai clienti.

I fondi azionari hanno avuto dal 2000 ad oggi rendimenti sempre più bassi del rispettivo benchmark (l’indice preso a riferimento): meno 10,4 per cento rispetto al Mib e meno 1 rispetto all’Msci World. Un’analisi più dettagliata svolta da Morningstar (vedi articolo in basso) arriva più o meno alle stesse conclusioni.

Per spiegare i bassi rendimenti, le sgr hanno spesso posto sotto accusa il trattamento fiscale dello Stato italiano, che anticipa la tassazione sul “maturato”, ovvero quando le plusvalenze non sono state ancora realizzate. Spaventa mostra però che nel lungo periodo le differenza tendono ad annullarsi, ma rileva anche che il credito d’imposta può diventare un problema quando “raggiunge una proporzione degli attivi tale da influenzare significativamente la politica degli investimenti”. Del resto, lo stesso Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha chiesto al legislatore di rivedere la tassazione. E le sgr puntano il dito anche su una serie di incombenze burocratiche assai più onerose che all’estero.

Più che l’influenza del fisco, gioca un fattore nei bassi rendimenti il fattore commissioni. Sono eccessivamente alte, dice Spaventa, pari all’1,4% del patrimonio dell’anno. E, soprattutto, non variano rispetto al rendimento del mercato (ovvero, quando le cose vanno male, e il cliente guadagna poco o perde, le commissioni restano stabili).

La svolta. Poiché le sgr italiane non possono continuare a perdere clienti e patrimonio, una svolta è ormai attesa. Ad esempio, se le sgr sono troppo piccole, non possono competere con i colossi internazionali: forse in questo caso è meglio vendere, come sta facendo ad esempio il Mps con il suo asset management. «Oppure spiega Marcello Messori, presidente di Assogestioni è meglio trovare una specializzazione». Mentre per le sgr che già si sono accorpate in virtù dei processi di aggregazione bancaria «sono possibili ulteriori consolidamenti», per raggiungere una massa critica ancora più grande.