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Archivio di Marzo 2008

Nuove norme antiriciclaggio su assegni e libretti

Sabato 29 Marzo 2008

admin

Dal 30 aprile prossimo ci saranno importanti novità nel mondo bancario per quanto riguarda gli assegni e libretti. Infatti gli Assegni bancari diventano più sicuri e non trasferibili di “mano in mano”.

Dal 30 aprile è prevista una “mini” rivoluzione antiriciclaggio che coinvolge assegni, libretti al portatore e contante. Le nuove regole bancarie sono contenute in una guida di Abi e Mef che verrà diffusa in tutte le banche. Tra le novità: obbligo di emettere assegni “non trasferibili” da 5mila euro in su, pagamento di una tassa di 1,50 euro ad assegno se si vogliono fare “cheque” liberi e l’impossibilità di emettere assegni “a me medesimo” se non per l’incasso di contanti da parte della stessa persona. Gli assegni, dovranno portare anche il codice fiscale.

E’ cominciato il conto alla rovescia per la fine delle operazioni in contanti oltre i 5.000 euro e la scomparsa degli assegni con libertà di girata. A partire dal 30 aprile, infatti, entrano in vigore le nuove disposizioni antiriciclaggio che riguardano l’importo massimo consentito per i pagamenti in contante, le modalità di compilazione degli assegni e la giacenza massima per i libretti di risparmio e i titoli al portatore. Obbiettivo finale dell’operazione: ridurre gli euro in circolazione, disincentivare gli assegni e aumentare l’uso delle carte di credito per limitare i fenomeni di riciclaggio.

Dal prossimo 30 aprile scende dunque dagli attuali 12.500 a 5.000 euro l’importo massimo per le operazioni in contante. In contemporanea e spariranno gli assegni liberi per tutti gli importi e le banche e le Poste rilasceranno solo carnet di assegni non trasferibili. Si potrà però continuare ad usare i vecchi libretti e richiedere assegni che non riportino la dicitura “ non trasferibile”. Per questo è obbligatorio presentare una richiesta scritta alla propria banca e pagare un’imposta di bollo di 1,50 euro per ciascun assegno. In ogni caso questi assegni non potranno superare l’importo di 5.000 euro.

Gli assegni liberi, inoltre, potranno essere incassati solo se sarà indicato il codice fiscale di chi li porta allo sportello. La mancanza o l’errata indicazione del codice fiscale su assegni girati li rende nulli e quindi impossibili da incassare. Gli assegni “a me medesimo”, invece, potranno essere incassati solo da parte della stessa persona che li ha emessi e solo in banca o alla posta.

Nuovo limite di 5.000 euro anche per i libretti al portatore. Dal 30 aprile la giacenza non deve superare i 5.000 euro. I libretti con saldi superiori dovranno essere estinti o dovranno essere condotti al nuovo limite, prelevando l’eccedenza.

Il termine massimo per adeguarsi è fissato al 30 giugno 2009.

Un uso non corretto degli assegni, come la mancata indicazione della clausola “non trasferibile” per assegni con importi pari o superiori a 5.000 euro, comporta multe dall’1% al 40% del totale dell’importo trasferito. Previste sanzioni anche per chi non regolarizza i propri libretti al portatore entro il termine indicato, con multe fino al 20% della giacenza.

Fondi ancora in rosso nel 2008

Venerdì 21 Marzo 2008

admin

Continua ancora ad inizio 2008 la caduta dei Fondi come forma di investimento.

Tra le categorie di prodotti, i dati provvisori indicano una netta ripresa solo dei Fondi di Liquidità (+886 milioni). Tale risultato positivo non riesce però a compensare i deflussi di tutte le altre categorie di Fondi.

Dopo il negativo record del 2007 continua anche nel 2008 il rosso dei Fondi comuni. Gennaio ha visto infatti la raccolta registrare un risultato negativo pari a 19,3 miliardi di euro.

In particolare, secondo Assogestioni, i Fondi Italiani hanno segnato deflussi per 8,8 miliardi, quelli Roundtrip per 7,8 e quelli Esteri per 2,7 miliardi. L’analisi dei dati per tipologia giuridica evidenzia un rallentamento dei deflussi per i Fondi Riservati -88 milioni di euro e un ritorno in territorio negativo dei Fondi Hedge -7 milioni di euro. I deflussi più consistenti sono quelli registrati dai Fondi Aperti, che perdono oltre 19 miliardi di euro.

Tra le categorie di prodotti, i dati provvisori indicano una netta ripresa dei Fondi di Liquidità con +886 milioni. Questo unico risultato positivo però non basta a compensare i deflussi dalle altre categorie: Fondi Azionari (-9,7 miliardi), Fondi Obbligazionari (-6,3 miliardi), Fondi Flessibili (-2,5 miliardi), Fondi Bilanciati (-1,8 miliardi) e Hedge Fund (-7 milioni).

Hedge Fund: in arrivo una bufera nel mondo dei Fondi

Venerdì 21 Marzo 2008

admin

E’ chiamato ‘The Hedge Fund Implode Meter’, ed é un sito online che tiene sempre aggiornata la situazione degli hedge fund: con una classifica di quelli falliti, di quelli più a rischio, delle prospettive future. Una sorta di barometro per consigliare gli investitori di fondi a muoversi in questo particolare e molto complicato mondo finanziario nel pieno di una crisi che rischia di peggiorare nei prossimi mesi.Dopo la crisi dei mutui subprime che ha sconvolto i mercati con conseguenze tuttora pesantissime, molti analisti sono convinti che adesso toccherà agli hedge fund.

Secondo l’Economist “Cercare di valutare il comportamento di un ‘hedge fund’ é come tentare di inchiodare un blancmange (un pudding alle mandorle dolci, ndr) al muro, in quanto quello dei fondi a rischio é un mondo darwiniano”.

Al mondo ci sono circa diecimila hedge fund, i cui asset complessivi secondo l’Hedge Fund Research raggiungono la cifra complessiva di 1.870 miliardi di dollari. Quando i mercati finanziari vennero scossi dall’ultima grande crisi (quella del 2000-2001) di hedge fund ce ne erano pochi, ed é per questo che oggi é difficile fare una previsione su come questi fondi reagiranno in una situazione di agitazione dei mercati. Molti sono destinati al fallimento, altri che sono stati concepiti proprio per ricavare benefici dalla crisi potrebbero anche guadagnare un sacco di soldi.

Gli hedge funds, che in italiano vengono denominati fondi speculativi o fondi a rischio non sono una novità degli ultimi anni. Sono concepiti per un mercato di persone agiate, di aziende e di manager, visto che per la legge americana gli investitori devono avere un patrimonio di un milione di dollari o entrate nette per oltre 200mila dollari. L’obiettivo é semplice, ed è quello di produrre rendimenti costanti nel tempo: con investimenti ad alto rischio e con possibilità di ritorni molto fruttuosi.

Il più famoso tra gli Hedge Fund é stato il Quantum Fund, creato nel 1970 da George Soros e Jim Rodgers. Nei successivi dieci anni il fondo ebbe un rendimento del 3.365 per cento (42,5 per centro ogni anno per 10 anni), creando le basi della grande fortuna di Soros. Che divenne famoso, ancora più del suo fondo, nel ‘venerdì nero’ del 16 settembre 1992, quando vendette allo scoperto più di 10 miliardi di dollari in sterline, costringendo di fatto (almeno così si dice) la Banca d’Inghilterra ad uscire dallo Sme e a svalutare la sterlina. Soros guadagnò allora una cifra stimata in 1,1 miliardi di dollari e la fama di “uomo che ha sbancato la Bank of England”.

Il Quantum é ovviamente un’eccezione nel panorama degli hedge fund, che peraltro fino all’inizio del nuovo secolo non hanno avuto una grande espansione. Il boom é infatti degli ultimi anni ed é proprio questo boom che allarma oggi il mondo della finanza. Gli hedge fund hanno infatti la necessità di offrire ai propri sottoscrittori una performance media molto elevata (in genere attorno al 20 per cento all’anno), cosa che richiede a sua volta il ricorso ad operazioni ad alto rischio. Fattore molto importante è che oggi si basano sugli gli hedge funds più che su altri strumenti d’investimento anche i grandi fondi di private equity, che controllano i due terzi delle operazioni realizzate sui listini azionari nordamericani. I tre fondi di private equity più importanti del mercato (Texas Pacific Group, Blackstone e Kkr) hanno insieme una capacità equivalente al 30 per cento del mercato mondiale delle operazioni a breve termine. Ecco perché c’è il timore che se dopo la crisi dei mutui ‘subprime’ toccherà adesso agli ‘hedge’ le conseguenze saranno difficilmente immaginabili.

L’allarme lo ha lanciato a Davos George Soros. Non era il primo, ma le sue parole, data la statura del personaggio, sono quelle che hanno avuto maggiore risonanza da parte dei media. Poi é stata la volta di Alan Greenspan – che ha da poco assunto il ruolo di ‘advisor’ per il guru degli hedge fund John Paulson – e che in un’intervista al ‘Wall Street Journal” ha detto molto chiaramente che siamo vicini alla recessione: «Le recessioni non sono improvvise e sono generalmente anticipate e segnalate da una discontinuità nel mercato e i dati delle ultime settimane possono essere letti in questo senso». Nella sua analisi “I dodici scalini verso il disastro finanziario”, Nouriel Roubini presenta quello che definisce uno scenario da “incubo” o “catastrofico”, scenario che ha adesso diverse probabilità di diventare realtà e di cui anche la Fed e i leader finanziari europei cominciano a prendere atto. Per Roubini la recessione del 2008 (il cui inizio viene datato al dicembre 2007) sarà peggiore di quelle del biennio 19901991 e del 2001. E un ruolo decisivo lo avrà quello che lui chiama il “shadow financial system”, composto proprio da istituzioni non bancarie come gli hedge funds.

Gennaio é stato un mese nero per gli hedge. Quelli che si sono concentrati sul mercato azionario hanno perso una media del 4,1 per cento, la peggiore performance degli ultimi sette anni. ‘Goldman Sachs Investment Partners’, che aveva raccolto sette miliardi di dollari – un record per un nuovo fondo – ha perso il 6 per cento nel suo primo mese; L’ ‘Atticus Global Fund’ di Timothy Barakett, noto per aver ‘scommesso’ su una dozzina di compagnie quotate a Wall Street ha perso il 12 e mezzo per cento. «Naturalmente scommettere grandi cifre sul fatto che la Borsa vada in alto o in basso é oggi un po’ come giocare alla roulette», sostiene un analista di Wall Street. E del resto l’Hedge Fund Reserarch paragona quanto successo in gennaio alle perdite (allora furono del 4,3 per cento) del novembre 2000, quando il collasso della New Economy travolse il mercato finanziario.

L’ultimo colpito, venerdí scorso, é stato un ‘hedge fund’ di Citigroup. Il grande gruppo bancariofinanziario americano ha infatti congelato il fondo Cso Partners, come conseguenza della difficile situazione in cui si trova avendo scommesso – scommessa persa – sui prestiti alla clientela Corporate, cioè alle aziende. Congelamento che ha portato alle dimissioni di John Pickett responsabile del fondo. Cosa é successo? Come ha spiegato il ‘Wall Street Journal’ gli investitori avevano provato ad ottenere il rimborso di 150 dei 500 milioni di dollari di asset di Cso Partners. Che é lo stesso fondo che lo scorso anno aveva fatto registrare perdite tali da costringere Citigroup ad iniettare circa cento milioni di dollari di liquidità. Come in difficoltà é anche un altro di Citigroup, Falcon Plus Strategies. Si tratta di un ‘leverage fund’ operativo dal 30 settembre scorso che nei primi tre mesi di attività avrebbe perso circa il 52 per cento dopo aver puntato sulla fine del ciclo di investimenti legato alla performance delle obbligazioni. Una scommessa perdente.

Il futuro del mercato potrebbe dipendere dal vento che arriva da Asia e Medio Oriente. A scongiurare, o perlomeno a frenare, la crisi degli ‘hedge’, potrebbero infatti pensarci i ‘sovereign funds’, i fondi statali dei paesi del Golfo e asiatici, che sono dotati di un patrimonio superiore ai duemila miliardi di dollari e che viene alimentato continuamente dalla vendita di petrolio e gas. Nelle ultime settimane (stime Thomson Financial) i ‘sovereign funds’ di paesi come Singapore, Emirati Arabi e Arabia Saudita, hanno investito 74 miliardi di dollari in azioni di grandi imprese americane ed europee. Per fare un esempio i ‘sovereign funds’ di Singapore e Kuwait hanno stanziato oltre dodici miliardi di dollari per l’acquisto di quote proprio del Citigroup. Nel solo settore finanziario questi fondi hanno investito già oltre 30 miliardi di dollari in titoli Bear Stearns, Citi, Morgan Stanley e Ubs. Se il petrolio continuerà a viaggiare oltre gli ottanta dollari e dato che i due terzi delle riserve mondiali di greggio sono localizzate nei paesi di quell’area, i grandi gruppi americani ed europei dovranno continuare a fare i conti con loro.

Investire in Obbligazioni Enel: meglio a tasso variabile o fisso?

Venerdì 21 Marzo 2008

admin

Le obbligazioni Enel possiamo dire che hanno un grado di affidabilità, cioè un rating, non speculativo ma da investimento. Il meccanismo di indicizzazione ai tassi di mercato di un bond inoltre rende per definizione immune il titolo dal rischio che il rialzo o ribasso dei tassi d’interesse si rifletta sulla quotazione dell’obbligazione.Una obbligazione Enel ha un grado di affidabilità, ossia un rating, non speculativo ma da investimeno in quanto si tratta di una azienda solida. Per quanto riguarda la scelta tra obbligazioni a tasso variabile o a tasso fisso è corretto sostenere che il meccanismo di indicizzazione ai tassi di mercato di un bond rende per definizione immune il titolo dal rischio che un futuro a medio-lungo termine di rialzi o ribassi dei tassi d’interesse si rifletta, negativamente o positivamente nei due diversi casi, sulla quotazione dell’obbligazione. E’ la stessa differenza, indicativamente, tra l’investimento in un Btp a medio-lungo termine a cedola fissa, più rischioso, rispetto a quello in un Cct o in un Btp in euro indicizzato all’inflazione, meno rischioso ma che può essere meno redditizio.

Enel ferma i dividendi per azioni per 5 anni

Mercoledì 19 Marzo 2008

admin

Enel continua a investire e a generare profitti, ma per i prossimi 5 anni gli azionisti non devono farsi nessuna falsa illusione in quanto il gruppo elettrico punta a ridurre il debito e ha deciso di bloccare il dividendo a 0,49 euro per azione con un esborso complessivo che non deve superare i 15 miliardi di euro fino al 2012.Inoltre il cda ha approvato un piano di cessioni che riguarda in particolare gli impianti destinati alla tedesca E.On in base agli accordi su Endesa, il 7% della società russa Ogk-5, la rete elettrica e, infine, gli asset delle energie rinnovabili (per le quali sarà creata presto una nuova società che potrebbe essere quotata). L’obiettivo è rendere disponibili tra gli 8 e i 12 miliardi per tagliare una bella fetta dell’indebitamento finanziario lievitato a 55,7 miliardi di euro, dagli 11,6 miliardi del 2006, dopo la campagna acquisti dei mesi scorsi. Via libera anche agli investimenti: 37 miliardi per la crescita organica e per altre piccole acquisizioni, in particolare in Romania. L’a.d. Fulvio Conti ha presentato ieri a Londra il piano industriale 2008-2012 e i numeri dell’ultimo esercizio finanziario chiuso con un utile di 3,97 miliardi, in crescita del 31% rispetto all’anno precedente. Aumentano anche i ricavi a quota 43,6 miliardi (+13,4%). Il cda, che si è tenuto nella tarda serata di mercoledì, ha deciso un dividendo per il 2007, stabile rispetto all’anno scorso, pari a 0,49 euro per azione di cui 0,20 pagati come acconto a novembre scorso. Il saldo di 0,29 euro sarà corrisposto con stacco della cedola il 23 giugno prossimo e pagamento il 26 giugno. L’assemblea, che dovrà approvare bilancio e dividendo e deliberare sulle nomine, è stata rinviata, come richiesto dal governo, al prossimo 9 giugno (in prima convocazione) e il 10 e 11 (in seconda e terza).

Inizio settimana nero per le Borse Europee con un crollo di oltre 300 miliardi

Mercoledì 19 Marzo 2008

admin

Borse europee e Piazza Affari vanno a picco dopo il taglio del tasso di sconto della Fed e il crollo di Bear Stearns e altre banche Usa. Gli analisti sperano nell’intervento della Bce per aiutare i mercati europei gravati anche dal dollaro debole e dal prezzo del greggio. Mibtel -3,52 a 23.371 punti, S&P/Mib -3,39% a 30.586 punti, All Stars -3,17% a 12.148 punti. Ondata di vendite per Alitalia che chiude con perdite di oltre il 26%, Seat in calo di oltre l’11% Male anche Impregilo, Autogrill e tutti i titoli bancari. Le piazze europee hanno bruciato circa 304mld di euro di capitalizzazione. Contrastata Wall Street:Dow Jones +1,18%, Nasdaq -1,60%.

Euro in forte calo dopo essere volato al nuovo record storico di 1,5904 dollari. La moneta europea chiude poi a 1,5647. L’impennata è arrivata dopo il taglio del tasso di sconto della Fed. In picchiata il dollaro che tocca il minimo storico. Quotazioni in forte ribasso per il greggio, con la crisi del creditizio Usa che ha peggiorato le prospettive di crescita globale. Intanto, domani è previsto l’incontro della Fed sui tassi di rifinanziamento. Oro, tra record storico e calo. Il prezzo del metallo giallo, dopo essere schizzato ad un nuovo massimo record ha registrato una flessione.

Crisi Mutui fa crollare azioni Carlye Capital in Borsa

Venerdì 14 Marzo 2008

admin

La crisi dei mutui miete un altra vittima eccellente. Le azioni del fondo Carlyle Capital, controllato dal colosso dei private equity Carlyle Group, precipitano in Borsa: ad Amsterdam le azioni del fondo controllato dal gigante e attivo in bond garantiti da mutui ipotecari perdono addirittura più dell’80%, dopo che si è diffusa la notizia che il fondo si avvia verso la liquidazione. Carlyle Group ha reso noto che il fondo Carlyle Capital non ha raggiunto un accordo sui rimborsi con i propri creditori, che quindi potranno disporre «rapidamente» di tutti gli asset residui. Il gruppo diventa così una delle principali vittime della crisi finanziaria e ha dichiarato il default su circa 17 miliardi di Euro in debiti, non essendo in grado di reintegrare i margini di garanzia. In un comunicato ufficiale si legge che: “Il gruppo non è stato in grado di trovare un accordo che sia nell’interesse reciproco per stabilizzare la propria situazione finanziaria quindi si aspetta che i creditori prendano rapidamente possesso della quasi totalità degli asset residui”. Secondo quanto riportato da Carlyle Capital gli asset a disposizione del suo portafoglio erano tutti titoli cartolarizzati garantiti da mutui di agenzie governative con rating a tripla A.

La crisi di Carlyle Capital non dovrebbe avere però ripercussioni significative su altri fondi del gruppo Carlyle, né sugli investimenti e sul portafoglio delle consociate. È quanto ha affermato in una nota Carlyle Group, alla luce della probabile messa in liquidazione del fondo finito nella bufera. Il gruppo Carlyle ha ricordato anche di aver cercato con ogni mezzo di evitare la crisi della consociata, mettendo a disposizione fra l’altro una linea di credito da 150 milioni di dollari. La vicenda in cui si è venuto a trovare il fondo viene motivata anche con l’ «estrema volatilità» dei mercati nel corso dell’ attuale crisi di liquidità che ha predeterminato un clima ostile per Carlyle Capital ed altre società di questa tipologia.

Allarme Bond: le Borse rischiano di crollare

Venerdì 14 Marzo 2008

admin

E’risaputo che le obbligazioni corporate, cioè emesse dalle società, tendono a comportarsi in maniera simile alle azioni. Nelle fasi positive di mercato il loro prezzo di sale e quindi si riducono rendimento e spread, durante le fasi negative invece il prezzo scende e quindi aumentano il rendimento e spread. Dato però che si tratta di mercati diversi, può essere utile confrontare l’andamento delle azioni e delle obbligazioni corporate, per valutare il rispettivo stato di salute e i rispettivi comportamenti.Se affianchiamo l’andamento dell’indice Europeo Eurostoxx50 (su base 100) a quello dell’indice JPM Inv. Grade, che misura lo spread medio, ossia il differenziale di rendimento con titoli di Stato pari scadenza, delle obbligazioni europee con rating almeno di Baa3/BBB considerate “non speculative”, dovremmo trovare una corrispondenza di movimenti. Quando l’Eurostoxx50 sale, l’indice JP Morgan dovrebbe scendere, nei periodi positivi è richiesto un minor extra rendimento dalle obbligazioni societarie, e viceversa. Il movimento ovviamente dovrebbe essere contestuale. Invece, molto spesso il comportamento dei bond corporate anticipa quello del mercato azionario, sia come timing che come intensità.

Negli ultimi anni questa situazioni si è verificata in numerose occasioni. Nel periodo tra il 1999 e 2000 l’indice JP Morgan cominciò a salire molto prima (maggio 99) che l’Eurostoxx50 raggiungesse i massimi di periodo (marzo 2000).

Lungi dall’essere un esempio isolato questo “anticipo” dei mercati obbligazionari corporate si è verificata in numerose occasioni nelle successive inversioni di mercato. In almeno altre due circostanze lo spread delle obbligazioni corporate ha segnalato un successivo importante movimento del mercato azionario europeo, con un anticipo di diversi mesi.

Negli anni 2002-2003, l’indice JPM Morgan ha raggiunto un massimo (segnalando quindi il punto di più elevato pessimismo) ad ottobre 2002, per poi recuperare molto rapidamente tornando su livelli più contenuti e segnalando quindi un miglioramento delle prospettive. Circa sei mesi dopo i mercati azionari europei hanno raggiunto i minimi di periodo per poi iniziare un lungo periodo di rialzi.

Un’altra occasione è stata più recentemente l’inversione dei mercati nella seconda metà del 2007.

Il mercato obbligazionario corporate ha cominciato a dare segnali di nervosismo a giugno 2007, iniziando una fase di aumento degli spread molto significativa. Nel frattempo i mercati azionari sono rimasti vicini ai massimi di periodo, per poi iniziare una vera fase ribassista solo a novembre 2007, quindi con circa cinque mesi di ritardo.

Si può quindi concludere che il mercato obbligazionario corporate sia stato, almeno negli ultimi 7 anni, un indicatore “preventivo” sulle inversioni di tendenza più importanti per i mercati azionari.

Guardando l’andamento dei due indici nel loro complesso, emerge chiaramente una correlazione inversa (come è naturale). Vi sono inoltre alcune “anomalie” causate per esempio da specifiche situazioni, come la crisi di GM e Ford, che prima fece aumentare l’indice JP Morgan e poi, con l’uscita delle due società dall’indice (in conseguenza del downgrade sotto Baa3/BBB-), causò una veloce riduzione. Al di là di queste anomalie e oltre alla già citata maggiore “prontezza” dell’indice obbligazionario nel segnalare l’inversione di tendenza dei mercati, spicca a nostro parere l’entità e la velocità del recente movimento.

Lo spread medio delle obbligazioni con rating non inferiore a Baa3/BBB- (cioè investment grade), è vicino ai massimi del 2001-2002. Certo questo dato è influenzato dalla notevole presenza di banche nell’indice JP Morgan; tuttavia, comunque lo si voglia interpretare, il mercato obbligazionario sembra dare due messaggi decisamente preoccupanti:

- il settore bancario è fortemente in crisi e la possibilità di insolvenza è drasticamente aumentata;

- la situazione generale è assai più grave di quanto non mostrino i mercati azionari, il cui movimento in termini relativi è stato fino ad ora assai minore.

Non resta quindi che sperare che questa volta il mercato obbligazionario corporate si stia sbagliando. Se così fosse indubbiamente la fase attuale sarebbe un’opportunità di acquisto; diversamente la situazione potrebbe continuare a peggiorare (soprattutto sui listini azionari).

Euro e Petrolio macinano ogni giorno nuovi record

Venerdì 14 Marzo 2008

admin

Continuano a susseguirsi ogni giorno i record dell’euro che vola sempre più in alto, anche oggi ha superato 1,56 dollari. Come conseguenza vola anche l’oro a oltre 1.000 dollari l’oncia livello mai toccato prima. Anche il petrolio, che ieri è arrivato a toccare 111 dollari al barile, si è stabilizzato sui 110,33$. L’Euro è salito fino a 1,5624 con questo favorendo, appunto, gli acquisti di oro e petrolio, denominati in dollari e resi più appetibili da un calo del ‘biglietto verde’. Il rialzo del supereuro è favorito anche dalla congiuntura economica Usa. Le vendite al dettaglio a febbraio si sono contratte dello 0,6%. L’oro è spinto dal default del fondo immobiliare Carlyle.

Le famiglie risparmiatrici cercano investimenti sicuri

Giovedì 13 Marzo 2008

admin

E’ ormai risaputo che la maggioranza delle famiglie italiane non riesce più a risparmiare. Quei pochi che invece riescono a farlo preferiscono strumenti di investimento per i loro risparmi molto sicuri e tradizionali. Infatti il 17% degli italiani possiede buoni fruttiferi o libretti postali, e questa percentuale è in costante aumento nell’ultimo triennio a fronte di una discesa dei sottoscrittori di fondi, che l’anno scorso sono calati al di sotto del 10%, circa la metà rispetto al picco del 2001. Questi sono i dati emersi da una ricerca di Gfk Eurisko dalla quale risulta anche che gli investitori nel gestito e amministrato sono diminuiti notevolmente negli ultimi cinque anni e oggi sono poco più del 30%, mentre sono aumentati coloro che hanno un conto corrente bancario o postale. La motivazione principale di questa tendenza è la carenza di risorse e risparmi. Quindi, non è una scelta volontaria ma una impossibilità a risparmiare. La ricerca di Gfk Eurisko stima in 2 milioni le famiglie che potrebbero cominciare ad investire nei prossimi mesi. La scarsa propensione al rischio è un fattore che caratterizza da sempre gli italiani e li rende avversi alla Borsa, con un’unica parentesi agli inizi del 2000, quando la percentuale di famiglie con almeno un’azione ha sfiorato il 20% mentre oggi questa percenuale è scesa al 6% sui livelli di vent’anni fa.Le statistiche sulla raccolta dei fondi azionari, in base agli ultimi dati diffusi da Assogestioni, mostrano che i risparmiatori hanno perso gran parte del rally degli ultimi anni, mentre i dati recenti mettono in luce una corsa ai prodotti di liquidità, caratterizzati da una volatilità minima a fronte di rendimenti contenuti.

Al bisogno di sicurezza in un clima di discesa delle Borse, l’industria sta rispondendo con il lancio di prodotti a capitale garantito o protetto. Lo aveva già fatto dopo lo scoppio della bolla speculativa nel 2000, poi, però, era prevalso il filone degli strumenti a ritorno assoluto che hanno convogliato gran parte dei flussi di raccolta proprio mentre i mercati azionari cominciavano a risalire. Ora, invece, si assiste al ritorno di questi fondi che, è vero, soddisfano la domanda di sicurezza, ma limitano la possibilità degli investitori di partecipare alla ripresa del ciclo, perchè per garantire il capitale devono rinunciare a scelte più coraggiose.