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Archivio della Categoria 'fondi italiani'

Fondi ancora in rosso nel 2008

Venerdì 21 Marzo 2008

admin

Continua ancora ad inizio 2008 la caduta dei Fondi come forma di investimento.

Tra le categorie di prodotti, i dati provvisori indicano una netta ripresa solo dei Fondi di Liquidità (+886 milioni). Tale risultato positivo non riesce però a compensare i deflussi di tutte le altre categorie di Fondi.

Dopo il negativo record del 2007 continua anche nel 2008 il rosso dei Fondi comuni. Gennaio ha visto infatti la raccolta registrare un risultato negativo pari a 19,3 miliardi di euro.

In particolare, secondo Assogestioni, i Fondi Italiani hanno segnato deflussi per 8,8 miliardi, quelli Roundtrip per 7,8 e quelli Esteri per 2,7 miliardi. L’analisi dei dati per tipologia giuridica evidenzia un rallentamento dei deflussi per i Fondi Riservati -88 milioni di euro e un ritorno in territorio negativo dei Fondi Hedge -7 milioni di euro. I deflussi più consistenti sono quelli registrati dai Fondi Aperti, che perdono oltre 19 miliardi di euro.

Tra le categorie di prodotti, i dati provvisori indicano una netta ripresa dei Fondi di Liquidità con +886 milioni. Questo unico risultato positivo però non basta a compensare i deflussi dalle altre categorie: Fondi Azionari (-9,7 miliardi), Fondi Obbligazionari (-6,3 miliardi), Fondi Flessibili (-2,5 miliardi), Fondi Bilanciati (-1,8 miliardi) e Hedge Fund (-7 milioni).

Risparmiatori in fuga dai fondi: buco record da 19 miliardi

Domenica 17 Febbraio 2008

admin

Il patrimonio netto del settore fondi è sceso dai 570 miliardi di fine dicembre agli attuali 538,6 in parte per i deflussi netti, e in parte per la crisi dei mercati, che ha ridotto il valore delle attività in portafoglio. E, ancora una volta, i risparmiatori rischiano di pagare due volte la crisi: prima le performance deludenti dei fondi, poi uscendo nel momento meno opportuno dall’investimento, immortalando la crisi nel momento peggiore o quasi. Si può parlare quindi di un settore allo sbando, quello dei fondi comuni e di risparmiatori in preda al panico e molto probabilmente mal consigliati. Solo così si spiega il rosso di 9,7 miliardi di euro, messo a segno dai prodotti azionari o ancora i deflussi netti pari a 6,3 miliardi nei fondi obbligazionari. Questa categoria, stavolta avrebbe dovuto salvarsi dal disastro: con le prospettive di taglio dei tassi di interesse, infatti, le obbligazioni già esistenti guadagnano valore, quindi la fuga precipitosa anche da questi fondi rischia di essere ancora una volta un errore. Finora a vincere sono stati i riscatti, che hanno travolto tutte le categorie di fondi (ad eccezione di un più 886 milioni nei fondi liquidità) e tutte le categorie di gestori (compresi gli esteri: meno 2,7 miliardi). 

Fondi di investimento in piena crisi e recessione!

Venerdì 8 Febbraio 2008

admin

L’industria del risparmio gestito è a un bivio, nel campo dei fondi di investimento si registra un deflusso record di 53 miliardi di euro nel 2007 dopo quello di 42,5 del 2006, mostra ancora come i clienti e gli investitori abbandonano questo strumento, e preferiscono altre forme di investimenti. Perdono continuamente clienti come un rubinetto rotto perde l’acqua. Così succede che clienti insoddisfatti preferiscono farsi ridare i soldi indietro e impiegare i propri risparmi in un altro modo. Questoè comprensibile, anche perché questi strumenti rendono poco e, colmo dei colmi, costano sempre troppo, persino quando le cose vanno male.

La crisi dei fondi d’investimento italiani meno 53 miliardi nel 2007 non è più un fenomeno transitorio, ma qualcosa di strutturale.

E, si potrebbe dire, persino di irreversibile. Insomma, una crisi profonda, che mette in forse anche la sopravvivenza di molte società di gestione, e obbliga quelle che vogliono restare sul mercato a cercare una svolta.

Mentre da più parti si invoca un intervento del Governo per eliminare l’esasperata tassazione dei fondi italiani, che li penalizza rispetto a quelli stranieri, e le maggiori incombenze burocratiche. Insomma, sembra proprio di essere alla vigilia di un radicale ripensamento di questo strumento, nato oltre venti anni fa per colmare un vuoto normativo e consentire anche agli italiani di investire in azioni e obbligazioni senza essere costretti a comprare singoli titoli ma diversificando il rischio.

Ormai la diagnosi dei mali di cui soffrono i fondi italiani è completa. E non intervenire adesso metterebbe a rischio la loro stessa sopravvivenza. Lo scorso novembre Assogestioni, l’associazione che riunisce la gran parte delle società di gestione (a loro volta perlopiù facenti capo a gruppi bancari) ha organizzato un convegno a cui ha partecipato, come relatore, un pezzo da novanta come Luigi Spaventa. A quest’ultimo è toccato di spiegare il perché della fuga dai fondi, che dura ormai da diversi anni, anche se ultimamente ha avuto un’accelerazione sorprendente.

La cesura rispetto a un passato tutto sommato brillante è datata 2000. Quell’anno la raccolta netta dei fondi, ovvero il saldo fra nuove sottoscrizioni e riscatti, si ferma per la prima volta, anche se ha ancora un seppur piccolo segno positivo. Il declino dei fondi italiani comincia nel 2001, quando appare per la prima volta un rosso nella raccolta netta: il saldo totale è però ancora positivo grazie ai fondi esteri, la maggior parte dei quali sono roundtrip, ovvero costituiti all’estero da società di gestione italiane. Un 2002 piatto lascia il posto a un 2003 con un segno più per i fondi italiani: a questo punto, però, cominciano a crescere gli strumenti esteri e così faranno per tutti gli anni successivi, salvo una leggera diminuzione della crescita nel 2006. Nel 2004 i fondi italiani sono in forte rosso, e la crisi continua nel 2005 e si protrae, approfondendosi, nel 2006, quando il passivo totale (esteri inclusi) è intorno ai 9 miliardi (42,5 solo italiani). Nel 2007 il crollo diventa una valanga: meno 53 miliardi. Rispetto al 1997, il peso dei fondi in mano alle famiglie sul Pil si riduce del 22,1 per cento.

L’altra bella domanda è dove vanno a finire i soldi che escono dai fondi, visto che comunque gli italiani continuano a risparmiare. Vanno a finire soprattutto in obbligazioni strutturate e, soprattutto, in polizze vita e fondi pensione, che insieme aumentano di quasi il 15 per cento sul Pil. Da qui l’accusa, che le società di gestione rivolgono alle loro stesse casemadri, le banche, di spingere volontariamente i risparmiatori ad abbandonare i fondi per allettarli con obbligazioni strutturate e polizze. Su questi prodotti continua l’accusa le banche lucrano subito delle belle commissioni che mettono nel bilancio dell’anno. Ma, così facendo, prosciugano il mare dove nuotano le loro sgr.

Le banche respingono le accuse al mittente: se i risparmiatori fuggono dai fondi italiani, ciò è dovuto al basso rendimento che questi ultimi offrono. Inoltre, gli italiani amano meno degli altri rischiare e pretendono sempre più prodotti con garanzia del capitale, che possono essere offerti con obbligazioni strutturate. Dunque, gli istituti di credito non fanno altro che assecondare i bisogni espressi dai clienti.

I fondi azionari hanno avuto dal 2000 ad oggi rendimenti sempre più bassi del rispettivo benchmark (l’indice preso a riferimento): meno 10,4 per cento rispetto al Mib e meno 1 rispetto all’Msci World. Un’analisi più dettagliata svolta da Morningstar (vedi articolo in basso) arriva più o meno alle stesse conclusioni.

Per spiegare i bassi rendimenti, le sgr hanno spesso posto sotto accusa il trattamento fiscale dello Stato italiano, che anticipa la tassazione sul “maturato”, ovvero quando le plusvalenze non sono state ancora realizzate. Spaventa mostra però che nel lungo periodo le differenza tendono ad annullarsi, ma rileva anche che il credito d’imposta può diventare un problema quando “raggiunge una proporzione degli attivi tale da influenzare significativamente la politica degli investimenti”. Del resto, lo stesso Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha chiesto al legislatore di rivedere la tassazione. E le sgr puntano il dito anche su una serie di incombenze burocratiche assai più onerose che all’estero.

Più che l’influenza del fisco, gioca un fattore nei bassi rendimenti il fattore commissioni. Sono eccessivamente alte, dice Spaventa, pari all’1,4% del patrimonio dell’anno. E, soprattutto, non variano rispetto al rendimento del mercato (ovvero, quando le cose vanno male, e il cliente guadagna poco o perde, le commissioni restano stabili).

La svolta. Poiché le sgr italiane non possono continuare a perdere clienti e patrimonio, una svolta è ormai attesa. Ad esempio, se le sgr sono troppo piccole, non possono competere con i colossi internazionali: forse in questo caso è meglio vendere, come sta facendo ad esempio il Mps con il suo asset management. «Oppure spiega Marcello Messori, presidente di Assogestioni è meglio trovare una specializzazione». Mentre per le sgr che già si sono accorpate in virtù dei processi di aggregazione bancaria «sono possibili ulteriori consolidamenti», per raggiungere una massa critica ancora più grande.

I Bond Bancari rubano spazio ai Fondi

Venerdì 1 Febbraio 2008

admin

Crisi dei rendimenti, commissioni troppo alte, ma soprattutto la concorrenza che le banche fanno alle società di gestione per vendere altri prodotti, in primis i bond strutturati. Sono queste a grandi linee, le ragioni della fuga dai fondi comuni italiani. In relazione alla ricchezza finanziaria delle famiglie, dal 1997 ad oggi il peso dei fondi italiani si è ridotto del 2,3%, ma dal picco nel 2000 la contrazione è del 10,4% per i fondi italiani. La concorrenza dei bond strutturati e dei prodotti assicurativi è forte; i bond bancari, ad esempio, si attestano intorno al 10% della ricchezza finanziaria delle famiglie, il ramo vita e fondi pensione è al 17% mentre i fondi sono stati venduti a piene mani.

Draghi accusa: Fondi Comuni gestiti male

Venerdì 9 Novembre 2007

admin

Mario Draghi ode qualche scricchiolìo di troppo dalle tre tradizionali casseforti del risparmio familiare italiano quali casa, conto corrente bancario fondi comuni d’investimento. L’incidenza delle sofferenze sui mutui immobiliari incomincia a mostrare segnali di deterioramento. La spesa media per la tenuta di un conto in banca è di 130 euro l’anno, e dev’essere ancora ridotta. I fondi comuni mostrano da tempo andamenti insoddisfacenti.Nella giornata dedicata al risparmio, il governatore di Bankitalia analizza con freddezza le conseguenze della turbolenza finanziaria internazionale sul sistema creditizio e sul portafoglio degli italiani. Ma non soltanto. Draghi dedica, in chiusura del suo intervento, un lungo capitolo all’andamento insoddisfacente dei fondi comuni, ricordando che dal 2002 al 2006 il patrimonio dei fondi europei è aumentato del 76% contro il 31% di quelli collocati in Italia, meno della metà. I fondi aperti di diritto italiano sono diminuiti dell’8%, un calo non compensato dalla crescita quasi azzerata dei fondi esteri gestiti da gruppi italiani. In crescita solo i fondi speculativi, e quelli offerti in Italia da gestori esteri. Il governatore sa bene, e lo rimarca, che gli esteri godono di forti vantaggi fiscali, da eliminare prontamente. Ma i gestori italiani, aggiunge, devono riflettere sul fatto che la qualità delle gestioni non di rado è insoddisfacente rispetto ai costi. (more…)

Fondi Italiani ancora in rosso

Venerdì 9 Novembre 2007

admin

Ancora un mese negativo per i  fondi italiani. Secondo le anticipazioni di Assogestioni, infatti, in ottobre emerge un risultato di raccolta negativo per tutte le categorie di fondi comuni e sicav. I deflussi questo mese sono pari a 7,2 miliardi di euro. Secondo Assogestioni “Incidono relativamente sul patrimonio che, grazie alla complicità dei mercati e alla buona attività di gestione si sostiene a quota 594,1 miliardi”. Per il secondo mese consecutivo l’ondata di diminuzioni di investimenti e riscatti colpisce fondi italiani con -4,8 miliardi di euro, Roundtrip -1,4 miliardi ed esteri -1 miliardo. Anche sul fronte delle tipologie giuridiche fondi aperti e riservati e hedge ottobre è dominato dai riscatti. Sul fronte delle categorie si osserva, rispetto a settembre, un rallentamento dei disinvestimenti negli azionari -1 miliardo. I prodotti flessibili e di liquidità, positivi lo scorso mese, sono vittime di riscatti pari, rispettivamente, a 88 milioni e 404 milioni. Le uscite più consistenti si registrano ancora una volta tra i prodotti Obbligazionari, dalle cui casse fuoriescono 4,8 miliardi.

La delusione dei monetari, pesa la crisi subprime e il super euro

Giovedì 18 Ottobre 2007

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Chi voleva andare sul sicuro, rifugiandosi nei fondi monetari, è rimasto profondamente deluso dalle performance di questa categoria di investimenti. In media, infatti, il settore da inizio 2007 ha garantito appena guadagni dell’ordine dell’1,7%, ben meno di un Bot, che avrebbe assicurato un rendimento di oltre di 3%. Molti gestori poi hanno portato a casa un saldo in rosso perché avevano puntato massicciamente sugli Abs, quindi titoli collateralizzati, e su prodotti strutturati, in modo che assumendo un po’ più di rischio potessero ottenere maggiori rendimenti. Invece non è andata così a causa dello scoppio del bubbone dei mutui subprime americani, che ha travolto proprio queste ultime categorie di prodotti. Da considerare poi che la sfrenata corsa dell’euro sul dollaro ha spi azzato non pochi money manager, che probabilmente non si attendevano un taglio così profondo dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve.

Fondi deflussi di 6,2 mld: si salvano monetari, hedge e flessibili

Giovedì 18 Ottobre 2007

admin

Si conclude un mese fiacco per i fondi italiani. E’ quanto emerge dall’ultima mappa del risparmio gestito di Assogestioni, secondo cui l’estate si è chiusa con i flussi in negativo per 6,2 miliardi di euro. Una leggera frenata rispetto allo scorso mese che si riflette sul patrimonio portandolo a quota 1.091 miliardi. In particolare, i non classificato perdono nel corso del mese 978 milioni, i bilanciati registrano una perdita di 1,6 miliardi, gli azionari del 2,9 miliardi e gli obbligazionari riportano un deflusso di 5,9 miliardi. A scampare l’andamento negativo del settore sono solo i monetari, con una raccolta a 3,9 miliardi, gli hedge che registrano un flusso positivo di 790 milioni, e i flessibili con un bilancio positivo per 402 milioni. Se si guardano i prodotti di risparmio gestito, si nota che il mese di agosto è stato positivo per le gestioni di patrimoni previdenziali e gli Oicr chiusi. In negativo invece gli Oicr aperti e le gestioni di prodotti assicurativi.  

Obbligazioni pubbliche: Bond rende il 4%

Giovedì 13 Settembre 2007

admin

Dopo la bufera sulle cartolarizzazioni, le virtù delle obbligazioni pubbliche tornano alla ribalta, oggi investire semplicemente nei Bond conviene perchè rendono il 4%. E senza aver subito incidenti di percorso. Basta guardare la tabella: al fatidico rendimento lordo si può arrivare con un Btp che scade nel 2009. O con un Ctz 2008. O con i Cct che durano fino al 2014. I risparmiatori che non hanno mai abbandonato le emissioni pubbliche, sia italiane, sia di altri Paesi d’area euro, si sono trovati a incassare cedole o capitali in scadenza senza avere patito particolari sofferenze. Viceversa, chi ha comprato obbligazioni reverse floater o emissioni steepener, si è trovato a fare i conti con fortissime cadute dei prezzi, in parte poi recuperate, vivendo nel timore di perdere anche quote importanti del patrimonio in caso di vendita prima della scadenza.

Perché i prezzi di questi prodotti hanno oscillato negativamente e, nel caso dei reverse floater , in misura tanto consistente? Perché il valore delle loro cedole future, dopo che le prime erano fissate a livelli medio alti, era determinato da una formula ancorata all’andamento futuro dei tassi d’interesse. In ambedue i casi il loro valore ha risentito negativamente di una prospettiva che s’è sviluppata in maniera esattamente opposta a quanto la formulazione del calcolo prevedeva. Tutti questi strumenti hanno convissuto con attese di cedole future molto basse, spesso pari allo zero, trasformandosi in veri e propri titoli senza cedola, obbligazioni che pagano gli interessi solo all’atto del rimborso a scadenza. Per chi può avere pazienza, e attendere la data del rimborso, il mercato potrebbe in parte risarcire le altalene di questi giorni.

La situazione più difficile è quella delle obbligazioni indicizzate ai mutui, Abs o Cdo. Ambedue hanno quale parametro di riferimento il rimborso dei mutui cartolarizzati, venduti a chi ha sottoscritto questi titoli probabilmente senza avere l’esatta cognizione delle loro caratteristiche. Una parte dei prestiti presenti nelle obbligazioni appartiene alla categoria definita subprime, i cui sottoscrittori faticano a pagare gli interessi e a rimborsare le quote capitale. Il rischio è che queste obbligazioni non paghino, a loro volta, le cedole prefissate e che la scadenza s’allunghi, mentre non è da escludere il loro mancato rimborso. Probabilmente, i risparmiatori italiani non detengono direttamente questi strumenti, ma non si può escludere che chi ama il rischio, per ottenere un rendimento teorico più elevato, ne abbia in portafoglio.

Sembra banale, ma la lezione della semplicità è tornata alla ribalta dopo gli incidenti legati a questi titoli. Più semplici sono il prezzo di emissione, la cedola (fissa o variabile) e il valore di rimborso finale, e meglio è, anche se il rendimento teorico che propongono è di livello non elevato. Anche i titoli semplici espongono a una rischiosità, in particolare se le cedole che vengono pagate sono fisse per tutta la durata del prestito: se i rendime nti di mercato salgono, il prezzo di questi titoli tende inevitabilmente a diminuire, spesso in misura rilevante, se la durata del prestito è lunga. Perché quindi assumersi altre forme di rischio, soprattutto se difficilmente controllabili, scegliendo obbligazioni strutturate, la cui fondamentale caratteristica è di fissare il valore delle cedole oppure il valore di rimborso sulla base dell’andamento di parametri di riferimento che, a volte, non sono facilmente reperibili? Bot, Btp, Cct Bund e Oat francesi oggi sembrano la scelta migliore. Almeno in misura prevalente, lasciando che uno spazio modesto possa essere riservato anche a strumenti più rischiosi, qualora la propria situazione lo permetta.

Se si è alla ricerca di rendimenti superiori, meglio scegliere, in misura più o meno rilevante, la strada dell’investimento azionario. Perché, in questo caso, si è perfettamente consapevoli che il mercato su cui s’è investito espone ai tradizionali rischi della Borsa. Se, viceversa, si opta per rendimenti di mercato senza eccessive pretese, un portafoglio a medio rischio consiglierebbe l’immissione di strumenti obbligazionari con durata breve per due ragioni.

La prima è che il differenziale di rendimento tra titoli decennali e biennali è di 42 centesimi di punto, per le emissioni italiane, di 20 per quelle tedesche, di 21 per quelle francesi. La seconda è che gli attuali prezzi dei titoli lunghi risentono favorevolmente dell’effetto «ricerca della qualità o della sicurezza»: essi appaiono eccessivamente quotati, perché i capitali usciti dal mercato azionario e dalle emissioni obbligazionarie di società sono finiti sugli strumenti governativi con durata lunga. Se, in prospettiva, il differenziale tra i due rendimenti, decennale e biennale, dovesse tornare ad aumentare, probabilmente sarà perché saliranno i rendimenti dei titoli lunghi e scenderanno quelli dei titoli brevi. Nel primo caso, le quotazioni scenderanno, mentre nel secondo saliranno. Un duplice guadagno, in sostanza, perché si eviterebbe una perdita sulle quotazioni dei titoli decennali e si guadagnerebbe su quelle dei titoli biennali.

Italiani con passione per azioni, borsa e obbligazioni

Lunedì 10 Settembre 2007

admin

Gli italiani sono sempre più indebitati e con una passione sfrenata per investimenti in azioni e obbligazioni. I titoli di Stato, come Bot e Cct, invece, riscuotono sempre meno successo, arrivando a rappresentare, nel 2006, solo il 4,8% delle attività finanziarie delle famiglie, contro il 7,2% del 2004 e l’8,4% del 2002.

Lo rivela la Banca d’Italia in un indagine nelle Questioni di economia e finanzia dedicate all’economia delle regioni italiane nel 2006 delle abitudini finanziarie delle famiglie.

In base ai dati diffusi da Bankitalia, lo scorso anno la ricchezza finanziaria netta delle famiglie era pari a 2,7 volte il reddito disponibile, “valore invariato rispetto al 2005 e superiore a quello della media dell’area euro”, sottolinea Palazzo Koch, precisando come alla fine del 2006 il 28% delle disponibilità finanziarie era costituito da liquidità circolante e depositi, il 20% da obbligazioni, il 34% da azioni e quote di fondi comuni e il 18% da fondi pensione e prodotti assicurativi. “In particolare, la quota di ricchezza finanziaria investita in azioni, obbligazioni e quote di fondi comuni era decisamente superiore al Centro nord rispetto alle regioni meridionali rispettivamente 48,2% e 28,9%. La crescente quota di ricchezza finanziaria investita in azioni risente dell’andamento dei corsi azionari: dopo aver toccato il massimo nel 2000, è scesa fino al 2003 per poi tornare a risalire”.

“La scarsa propensione delle famiglie meridionali a investire in strumenti rischiosi riflette molteplici fattori: un livello di ricchezza complessiva inferiore alla media, la percezione di un’elevata incertezza nei flussi futuri di reddito, un più basso livello di istruzione, di capitale sociale e di fiducia reciproca fra gli agenti economici”, spiega Via nazionale, osservando come alla fine del 2006 la ricchezza finanziaria lorda pro capite in Italia ammontava a 57,3 migliaia di euro e risultava nettamente superiore al nord 80, rispetto al centro 56,2 e al mezzogiorno 28,9.

Le famiglie italiane, prosegue lo studio, risultano sempre più indebitate infatti il rapporto fra passività delle famiglie e reddito disponibile è salito al 47% nel 2006, anche se meno della media europea. Lo scorso anno i debiti finanziari pro capite ammontavano a 9,8 migliaia di euro, anche se l’importo relativo alle regioni meridionali risultava quasi la metà di quello delle regioni del Centro nord. I mutui sono risultati essere la quota più consistente dei debiti delle famiglie, anche se il credito al consumo continua a crescere : il suo peso sul totale delle passività è salito al 14,2%.