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Archivio della Categoria 'fondi'

Depositi e conti bancari sono sicuri: rimborsi fino a 103 mila euro

Martedì 7 Ottobre 2008

admin

Le Banche in questi giorni sono sempre più sotto tiro ma i risparmiatori sono sempre tutelati.
Nel nostro sistema, infatti, fin dal 1987 è attivo in Italia il Fondo interbancario di tutela dei depositi, costituito prima come consorzio
volontario, poi come consorzio obbligatorio di diritto privato, riconosciuto dalla Banca d’Italia. Dal 1996, poi, è in vigore una direttiva comunitaria specifica che riguarda tutte le banche della Ue, e prevede una garanzia minima di 20.000 euro.
Non c’è, dunque nessun rischio che si possano perdere i soldi depositati o investiti nel caso di crisi dell’istituto.
Tutte le banche sono infatti assicurate per legge, in Italia il Fondo interbancario assicura, nei limiti previsti dallo statuto, i depositanti delle banche italiane, delle succursali di banche italiane negli altri paesi comunitari, e delle succursali in Italia di banche comunitarie ed extracomunitarie consorziate. Per le succursali di banche extracomunitarie autorizzate in Italia esiste l’obbligo di adesione al Fondo a meno che non partecipino a un sistema di garanzia estero equivalente. In questo caso la tutela corrisponderà a quella offerta dal sistema di assicurazione dei depositi del paese di origine.
Per le banche che aderiscono al sistema del fondo interbancario italiano l’importo garantito arriva fino ad un massimo di 103.291,38 euro per depositante e per istituto di credito. Coperti anche gli assegni circolari e i titoli assimilati purché nominativi. Nessuna garanzia, invece, per i depositi e gli altri fondi rimborsabili al portatore. Ovviamente la garanzia opera sia nel caso si tratti di istituti di credito “tradizionali”, quindi con gli sportelli sul territorio, sia di banche che offrono solo conti on line. E lo stesso vale per i Certificati di deposito emessi dalle banche, purché intestati e non al portatore.
Sono invece esclusi dal sistema i fondi investiti in operazioni di pronti contro termine o in obbligazioni. Si tratta, infatti, di investimenti e non di depositi, e di conseguenza non rientrano nelle tutele previste dal Fondo.
Il caso di messa in liquidazione il sistema di garanzia prevede una specifica procedura da seguire nel malaugurato caso di messa in liquidazione della banca. Nel caso in cui questo dovesse accadere, entro un mese dalla nomina del liquidatore il depositante viene contattato tramite raccomandata ed informato delle somme risultanti a suo credito. Entro i primi tre mesi dall’inizio della liquidazione coatta amministrativa della banca, prorogabili ad un periodo non superiore a nove mesi, sono rimborsati 20.000 euro. La restante parte viene restituita, entro il limite di 103.291,38 euro, in base ai tempi della liquidazione stabiliti dai liquidatori.
Per quel che riguarda invece gli investimenti offerti dalle banche è in vigore da alcuni mesi la direttiva Mifid che ha imposto nuovi obblighi per la tutela del cliente soprattutto per quanto riguarda l’adeguatezza delle operazioni offerte rispetto al profilo di rischio dell’investitore. E per chi avesse il dubbio di aver acquistato titoli in precedenza “spinto” da consigli non proprio disinteressati del suo istituto di credito, a breve sarà operativo il nuovo sistema di conciliazione che prenderà il posto dell’Ombudsman dell’Abi.

Tesoro Usa stanzia 50 miliardi di dollari per fondi monetari

Sabato 20 Settembre 2008

admin

Il Dipartimento del Tesoro americano ha deciso l’istituzione di un fondo di garanzia da 50 miliardi di dollari per i fondi monetari, particolarmente esposti alla crisi dei mercati finanziari. “Mantenere la fiducia nel settore dei fondi monetari è essenziale per proteggere la stabilità del sistema finanziario mondiale”, fa sapere il Tesoro Usa. I fondi monetari, considerati in genere sicuri, “svolgono un ruolo fondamentale nel finanziamento del mercato dei capitali delle istituzioni finanziarie”.

Gli hedge Fund si fanno più generosi

Sabato 14 Giugno 2008

admin

Gli Hedge fund diventano più generosi gonfiando le entrate delle fondazioni di beneficenza. Infatti il boom dei profitti registrato lo scorso anno ha spinto i fondi speculativi, da più parti criticati e sotto osservazione delle autorità, a mettere mano ai portafogli e a stanziare risorse sempre maggiori per beneficenza. Nel 2007 le donazioni sono salite del 31%

Consigli su come controllare i propri investimenti nei Fondi di previdenza complementare

Martedì 22 Aprile 2008

admin

Fondi di previdenza complementare:come difendersi dalla bufera delle Borse

I recenti e violenti scossoni delle Borse hanno rappresentato per gli investitori più emotivi un vero e proprio attentato alle coronarie. Il pensiero va ai circa 4,6 milioni di lavoratori che secondo i dati Covip, al 31 dicembre 2007 risultano avere aderito ai fondi di previdenza complementare. Il passaggio culturale non è di poco conto, sia per i circa 3 milioni di lavoratori dipendenti che sono passati dalla sicurezza del Tfr al mare aperto dei mercati finanziari, sia per gli autonomi e i liberi professionisti che navigano in onde perigliose costruendo la speranza di un futura longevità attiva.

Il primo messaggio è di relativa tranquillità: nella recente presentazione dei dati statistici sul sistema previdenziale, l’Autorità di vigilanza del settore ha «sottolineato nuovamente che grazie alla disciplina degli investimenti consentiti ai fondi pensione ed alle scelte operate dagli stessi, il sistema della previdenza complementare ha mostrato una buona “tenuta” in periodi di difficoltà dei mercati, da ultimo anche in occasione della crisi finanziaria, di portata internazionale, legata ai cosiddetti mutui subprime». Va poi segnalato che è in fase di revisione, proprio con la finalità di dare sempre maggiori tutele agli aderenti, l’attuale disciplina degli investimenti dei fondi pensione.

Ma in termini più generali il momento “caldo” propone la necessità per il risparmiatore previdenziale di acquisire velocemente un bagaglio informativo su come operare un check up nel “durante” sul proprio investimento per operare eventuali interventi correttivi.

Ecco i nostri consigli per controllare nel tempo i propri investimenti nei fondi di previdenza:

- Controllo preventivo: il primo tipo di controllo da operare è sicuramente quello di tipo preventivo.
Questo controllo è una specie di test iniziale per verificare subito se la linea di investimento del proprio fondo pensione è quella più appropriata in relazione alle proprie caratteristiche personali, all’età anagrafica, al settore o all’azienda in cui si presta servizio, al rischio, alle aspettative di rendimento (che non devono essere comunque mai speculative) proiettate in un orizzonte temporale di riferimento, alla presumibile età di pensionamento.

Altri controlli da mettere in pista in merito al prodotto previdenziale prescelto: se i costi del fondo prescelto sono in linea con il mercato (sul sito della Covip sono pubblicati gli indicatori sintetici di costo di tutti gli strumenti previdenziali); se le linee di investimento previste sono efficaci per un’adeguata diversificazione; se esiste la possibilità di ripartire i propri contributi contemporaneamente su più linee (multilinea).

- La possibilità di effettuare correzioni. Già in questa fase potrebbero essere necessari interventi correttivi: potrebbe essere il caso dei lavoratori silenti, particolarmente quelli giovani, che per legge sono confluiti nella linea con garanzia di conservazione del capitale/rendimento minimo garantito. La scelta “attiva” più coerente sembrerebbe essere piuttosto quella, dopo breve ma accurata e “consapevole” meditazione, di aderire al fondo pensione in senso pieno, acquisendo quindi anche il diritto al contributo datoriale e di investire la propria posizione individuale su linee più aggressive, in rapporto alle caratteristiche personali e pensionistiche.

- Come muoversi. Occorre controllare “nel durante”, lungo quindi la propria vita lavorativa, in particolare verificando le quotazioni del fondo pensione ed esaminando con attenzione il rendiconto annuale. Altro aspetto da sottolineare: ogni quanto va operato il controllo per risultare significativo, considerando l’orizzonte temporale di medio/lungo termine dei piani previdenziali ? Un suggerimento “saggio” potrebbe essere quello di considerare una frequenza semestrale con la costruzione di “blocchi” di confronto che coprano almeno un triennio. I fondi pensione danno poi la possibilità di spostarsi da una linea di investimento ad un’altra (switch): alla luce del controllo effettuato, come utilizzare questa possibilità?
Occorre prima di tutto avere chiari gli obiettivi finanziari: trattandosi di risparmio previdenziale è opportuno aspirare ad una crescita continua e costante, minimizzando il rischio, quella che gli economisti definiscono
steady growth.

In questa prospettiva gli switch possono essere di due tipi:

switch tattici: necessità di riallocare il proprio portafoglio previdenziale in un contesto finanziario mutevole, ritenuto però come durevole alla luce di pareri consolidati;
switch strategici: vanno pianificati e programmati con cadenza almeno quinquennale: l’obiettivo è quello di riequilibrare la composizione del proprio investimento tra componenti azionarie ed obbligazionarie riducendo le prime a vantaggio delle seconde al progredire dell’età anagrafica ed avvicinandosi quindi l’età di pensionamento. Esistono sul mercato anche soluzioni previdenziali che propongono meccanismi di “raffreddamento” che, con una sorta di “pilota automatico”, riequilibra il mix azioni/obbligazioni progressivamente all’avvicinarsi dell’età pensionabile

- Il controllo successivo: dopo il prima e il mentre c’è il dopo. E’ una sorta di controllo di qualità, da operarsi ad intervalli tra i 5 e i 10 anni. Vanno esaminate le performance prolungate dello strumento previdenziale al quale si sia aderito, confrontandole sia rispetto al benchmark reale evidenziato nella nota informativa, sia, per i lavoratori dipendenti, rispetto alla rivalutazione legale del tfr. Va ancora verificato se il livello di onerosità dello strumento sia ancora in linea con il mercato. In questa fase potrebbe anche collocarsi l’eventualità di cambiare soluzione previdenziale, fermo restando che nel caso di lavoratori dipendenti esiste ancora un vincolo forte della portabilità del contributo datoriale. Va poi controllata la persistenza delle medesime condizioni personali e pensionistiche che vi erano al momento dell’adesione.

Investire nel petrolio e nelle materie prime

Mercoledì 16 Aprile 2008

admin

Gli outlook  di molte banche d’affari, predicono un 2008 pieno di soddisfazioni per chi vuole investire  in materie prime, dal petrolio all’oro, dal cacao al frumento, dal cotone al succo d’arancia. Chi voglia investire in questo settore può farlo da professionista per conto di grandi case di investimento, da “day trader” o anche da semplice risparmiatore. A ciascuna di queste categorie corrispondono ovviamente strumenti finanziari diversi, da quelli più complessi e più rischiosi come i future a quelli più semplici e meno rischiosi come i “certificate” senza leva, dove al massimo si perde la “puntata” che si è fatta sul rialzo o sulla discesa di una tal commodity. Tra i certificate sulle materie prime, particolarmente attiva è Abn Amro, che ha rilasciato una gran quantità di strumenti di questo tipo. I “Mini Future Certificates” sono strumenti di investimento che permettono di avvantaggiarsi della crescita o della discesa degli indici sulle materie prime sfruttando l’effetto moltiplicatore della leva finanziaria. Esistono dei fondi mobiliari che investono in società legate alle materie prime, ma qui l’ottica è di medio-lungo periodo rispetto ai certificate che invece si propongono di guadagnare abbastanza rapidamente basandosi su una scommessa di risalita o di discesa dei prezzi. In questi ultimi anni le materie prime hanno dato agli investitori piccoli e grandi buone occasioni di guadagno. Ma c’è anche chi raccomanda prudenza, perché come per i mercati borsistici, non c’è niente al mondo che sia destinato a salire per sempre.

Fondi ancora in rosso nel 2008

Venerdì 21 Marzo 2008

admin

Continua ancora ad inizio 2008 la caduta dei Fondi come forma di investimento.

Tra le categorie di prodotti, i dati provvisori indicano una netta ripresa solo dei Fondi di Liquidità (+886 milioni). Tale risultato positivo non riesce però a compensare i deflussi di tutte le altre categorie di Fondi.

Dopo il negativo record del 2007 continua anche nel 2008 il rosso dei Fondi comuni. Gennaio ha visto infatti la raccolta registrare un risultato negativo pari a 19,3 miliardi di euro.

In particolare, secondo Assogestioni, i Fondi Italiani hanno segnato deflussi per 8,8 miliardi, quelli Roundtrip per 7,8 e quelli Esteri per 2,7 miliardi. L’analisi dei dati per tipologia giuridica evidenzia un rallentamento dei deflussi per i Fondi Riservati -88 milioni di euro e un ritorno in territorio negativo dei Fondi Hedge -7 milioni di euro. I deflussi più consistenti sono quelli registrati dai Fondi Aperti, che perdono oltre 19 miliardi di euro.

Tra le categorie di prodotti, i dati provvisori indicano una netta ripresa dei Fondi di Liquidità con +886 milioni. Questo unico risultato positivo però non basta a compensare i deflussi dalle altre categorie: Fondi Azionari (-9,7 miliardi), Fondi Obbligazionari (-6,3 miliardi), Fondi Flessibili (-2,5 miliardi), Fondi Bilanciati (-1,8 miliardi) e Hedge Fund (-7 milioni).

Hedge Fund: in arrivo una bufera nel mondo dei Fondi

Venerdì 21 Marzo 2008

admin

E’ chiamato ‘The Hedge Fund Implode Meter’, ed é un sito online che tiene sempre aggiornata la situazione degli hedge fund: con una classifica di quelli falliti, di quelli più a rischio, delle prospettive future. Una sorta di barometro per consigliare gli investitori di fondi a muoversi in questo particolare e molto complicato mondo finanziario nel pieno di una crisi che rischia di peggiorare nei prossimi mesi.Dopo la crisi dei mutui subprime che ha sconvolto i mercati con conseguenze tuttora pesantissime, molti analisti sono convinti che adesso toccherà agli hedge fund.

Secondo l’Economist “Cercare di valutare il comportamento di un ‘hedge fund’ é come tentare di inchiodare un blancmange (un pudding alle mandorle dolci, ndr) al muro, in quanto quello dei fondi a rischio é un mondo darwiniano”.

Al mondo ci sono circa diecimila hedge fund, i cui asset complessivi secondo l’Hedge Fund Research raggiungono la cifra complessiva di 1.870 miliardi di dollari. Quando i mercati finanziari vennero scossi dall’ultima grande crisi (quella del 2000-2001) di hedge fund ce ne erano pochi, ed é per questo che oggi é difficile fare una previsione su come questi fondi reagiranno in una situazione di agitazione dei mercati. Molti sono destinati al fallimento, altri che sono stati concepiti proprio per ricavare benefici dalla crisi potrebbero anche guadagnare un sacco di soldi.

Gli hedge funds, che in italiano vengono denominati fondi speculativi o fondi a rischio non sono una novità degli ultimi anni. Sono concepiti per un mercato di persone agiate, di aziende e di manager, visto che per la legge americana gli investitori devono avere un patrimonio di un milione di dollari o entrate nette per oltre 200mila dollari. L’obiettivo é semplice, ed è quello di produrre rendimenti costanti nel tempo: con investimenti ad alto rischio e con possibilità di ritorni molto fruttuosi.

Il più famoso tra gli Hedge Fund é stato il Quantum Fund, creato nel 1970 da George Soros e Jim Rodgers. Nei successivi dieci anni il fondo ebbe un rendimento del 3.365 per cento (42,5 per centro ogni anno per 10 anni), creando le basi della grande fortuna di Soros. Che divenne famoso, ancora più del suo fondo, nel ‘venerdì nero’ del 16 settembre 1992, quando vendette allo scoperto più di 10 miliardi di dollari in sterline, costringendo di fatto (almeno così si dice) la Banca d’Inghilterra ad uscire dallo Sme e a svalutare la sterlina. Soros guadagnò allora una cifra stimata in 1,1 miliardi di dollari e la fama di “uomo che ha sbancato la Bank of England”.

Il Quantum é ovviamente un’eccezione nel panorama degli hedge fund, che peraltro fino all’inizio del nuovo secolo non hanno avuto una grande espansione. Il boom é infatti degli ultimi anni ed é proprio questo boom che allarma oggi il mondo della finanza. Gli hedge fund hanno infatti la necessità di offrire ai propri sottoscrittori una performance media molto elevata (in genere attorno al 20 per cento all’anno), cosa che richiede a sua volta il ricorso ad operazioni ad alto rischio. Fattore molto importante è che oggi si basano sugli gli hedge funds più che su altri strumenti d’investimento anche i grandi fondi di private equity, che controllano i due terzi delle operazioni realizzate sui listini azionari nordamericani. I tre fondi di private equity più importanti del mercato (Texas Pacific Group, Blackstone e Kkr) hanno insieme una capacità equivalente al 30 per cento del mercato mondiale delle operazioni a breve termine. Ecco perché c’è il timore che se dopo la crisi dei mutui ‘subprime’ toccherà adesso agli ‘hedge’ le conseguenze saranno difficilmente immaginabili.

L’allarme lo ha lanciato a Davos George Soros. Non era il primo, ma le sue parole, data la statura del personaggio, sono quelle che hanno avuto maggiore risonanza da parte dei media. Poi é stata la volta di Alan Greenspan – che ha da poco assunto il ruolo di ‘advisor’ per il guru degli hedge fund John Paulson – e che in un’intervista al ‘Wall Street Journal” ha detto molto chiaramente che siamo vicini alla recessione: «Le recessioni non sono improvvise e sono generalmente anticipate e segnalate da una discontinuità nel mercato e i dati delle ultime settimane possono essere letti in questo senso». Nella sua analisi “I dodici scalini verso il disastro finanziario”, Nouriel Roubini presenta quello che definisce uno scenario da “incubo” o “catastrofico”, scenario che ha adesso diverse probabilità di diventare realtà e di cui anche la Fed e i leader finanziari europei cominciano a prendere atto. Per Roubini la recessione del 2008 (il cui inizio viene datato al dicembre 2007) sarà peggiore di quelle del biennio 19901991 e del 2001. E un ruolo decisivo lo avrà quello che lui chiama il “shadow financial system”, composto proprio da istituzioni non bancarie come gli hedge funds.

Gennaio é stato un mese nero per gli hedge. Quelli che si sono concentrati sul mercato azionario hanno perso una media del 4,1 per cento, la peggiore performance degli ultimi sette anni. ‘Goldman Sachs Investment Partners’, che aveva raccolto sette miliardi di dollari – un record per un nuovo fondo – ha perso il 6 per cento nel suo primo mese; L’ ‘Atticus Global Fund’ di Timothy Barakett, noto per aver ‘scommesso’ su una dozzina di compagnie quotate a Wall Street ha perso il 12 e mezzo per cento. «Naturalmente scommettere grandi cifre sul fatto che la Borsa vada in alto o in basso é oggi un po’ come giocare alla roulette», sostiene un analista di Wall Street. E del resto l’Hedge Fund Reserarch paragona quanto successo in gennaio alle perdite (allora furono del 4,3 per cento) del novembre 2000, quando il collasso della New Economy travolse il mercato finanziario.

L’ultimo colpito, venerdí scorso, é stato un ‘hedge fund’ di Citigroup. Il grande gruppo bancariofinanziario americano ha infatti congelato il fondo Cso Partners, come conseguenza della difficile situazione in cui si trova avendo scommesso – scommessa persa – sui prestiti alla clientela Corporate, cioè alle aziende. Congelamento che ha portato alle dimissioni di John Pickett responsabile del fondo. Cosa é successo? Come ha spiegato il ‘Wall Street Journal’ gli investitori avevano provato ad ottenere il rimborso di 150 dei 500 milioni di dollari di asset di Cso Partners. Che é lo stesso fondo che lo scorso anno aveva fatto registrare perdite tali da costringere Citigroup ad iniettare circa cento milioni di dollari di liquidità. Come in difficoltà é anche un altro di Citigroup, Falcon Plus Strategies. Si tratta di un ‘leverage fund’ operativo dal 30 settembre scorso che nei primi tre mesi di attività avrebbe perso circa il 52 per cento dopo aver puntato sulla fine del ciclo di investimenti legato alla performance delle obbligazioni. Una scommessa perdente.

Il futuro del mercato potrebbe dipendere dal vento che arriva da Asia e Medio Oriente. A scongiurare, o perlomeno a frenare, la crisi degli ‘hedge’, potrebbero infatti pensarci i ‘sovereign funds’, i fondi statali dei paesi del Golfo e asiatici, che sono dotati di un patrimonio superiore ai duemila miliardi di dollari e che viene alimentato continuamente dalla vendita di petrolio e gas. Nelle ultime settimane (stime Thomson Financial) i ‘sovereign funds’ di paesi come Singapore, Emirati Arabi e Arabia Saudita, hanno investito 74 miliardi di dollari in azioni di grandi imprese americane ed europee. Per fare un esempio i ‘sovereign funds’ di Singapore e Kuwait hanno stanziato oltre dodici miliardi di dollari per l’acquisto di quote proprio del Citigroup. Nel solo settore finanziario questi fondi hanno investito già oltre 30 miliardi di dollari in titoli Bear Stearns, Citi, Morgan Stanley e Ubs. Se il petrolio continuerà a viaggiare oltre gli ottanta dollari e dato che i due terzi delle riserve mondiali di greggio sono localizzate nei paesi di quell’area, i grandi gruppi americani ed europei dovranno continuare a fare i conti con loro.

Crisi Mutui fa crollare azioni Carlye Capital in Borsa

Venerdì 14 Marzo 2008

admin

La crisi dei mutui miete un altra vittima eccellente. Le azioni del fondo Carlyle Capital, controllato dal colosso dei private equity Carlyle Group, precipitano in Borsa: ad Amsterdam le azioni del fondo controllato dal gigante e attivo in bond garantiti da mutui ipotecari perdono addirittura più dell’80%, dopo che si è diffusa la notizia che il fondo si avvia verso la liquidazione. Carlyle Group ha reso noto che il fondo Carlyle Capital non ha raggiunto un accordo sui rimborsi con i propri creditori, che quindi potranno disporre «rapidamente» di tutti gli asset residui. Il gruppo diventa così una delle principali vittime della crisi finanziaria e ha dichiarato il default su circa 17 miliardi di Euro in debiti, non essendo in grado di reintegrare i margini di garanzia. In un comunicato ufficiale si legge che: “Il gruppo non è stato in grado di trovare un accordo che sia nell’interesse reciproco per stabilizzare la propria situazione finanziaria quindi si aspetta che i creditori prendano rapidamente possesso della quasi totalità degli asset residui”. Secondo quanto riportato da Carlyle Capital gli asset a disposizione del suo portafoglio erano tutti titoli cartolarizzati garantiti da mutui di agenzie governative con rating a tripla A.

La crisi di Carlyle Capital non dovrebbe avere però ripercussioni significative su altri fondi del gruppo Carlyle, né sugli investimenti e sul portafoglio delle consociate. È quanto ha affermato in una nota Carlyle Group, alla luce della probabile messa in liquidazione del fondo finito nella bufera. Il gruppo Carlyle ha ricordato anche di aver cercato con ogni mezzo di evitare la crisi della consociata, mettendo a disposizione fra l’altro una linea di credito da 150 milioni di dollari. La vicenda in cui si è venuto a trovare il fondo viene motivata anche con l’ «estrema volatilità» dei mercati nel corso dell’ attuale crisi di liquidità che ha predeterminato un clima ostile per Carlyle Capital ed altre società di questa tipologia.

Le famiglie risparmiatrici cercano investimenti sicuri

Giovedì 13 Marzo 2008

admin

E’ ormai risaputo che la maggioranza delle famiglie italiane non riesce più a risparmiare. Quei pochi che invece riescono a farlo preferiscono strumenti di investimento per i loro risparmi molto sicuri e tradizionali. Infatti il 17% degli italiani possiede buoni fruttiferi o libretti postali, e questa percentuale è in costante aumento nell’ultimo triennio a fronte di una discesa dei sottoscrittori di fondi, che l’anno scorso sono calati al di sotto del 10%, circa la metà rispetto al picco del 2001. Questi sono i dati emersi da una ricerca di Gfk Eurisko dalla quale risulta anche che gli investitori nel gestito e amministrato sono diminuiti notevolmente negli ultimi cinque anni e oggi sono poco più del 30%, mentre sono aumentati coloro che hanno un conto corrente bancario o postale. La motivazione principale di questa tendenza è la carenza di risorse e risparmi. Quindi, non è una scelta volontaria ma una impossibilità a risparmiare. La ricerca di Gfk Eurisko stima in 2 milioni le famiglie che potrebbero cominciare ad investire nei prossimi mesi. La scarsa propensione al rischio è un fattore che caratterizza da sempre gli italiani e li rende avversi alla Borsa, con un’unica parentesi agli inizi del 2000, quando la percentuale di famiglie con almeno un’azione ha sfiorato il 20% mentre oggi questa percenuale è scesa al 6% sui livelli di vent’anni fa.Le statistiche sulla raccolta dei fondi azionari, in base agli ultimi dati diffusi da Assogestioni, mostrano che i risparmiatori hanno perso gran parte del rally degli ultimi anni, mentre i dati recenti mettono in luce una corsa ai prodotti di liquidità, caratterizzati da una volatilità minima a fronte di rendimenti contenuti.

Al bisogno di sicurezza in un clima di discesa delle Borse, l’industria sta rispondendo con il lancio di prodotti a capitale garantito o protetto. Lo aveva già fatto dopo lo scoppio della bolla speculativa nel 2000, poi, però, era prevalso il filone degli strumenti a ritorno assoluto che hanno convogliato gran parte dei flussi di raccolta proprio mentre i mercati azionari cominciavano a risalire. Ora, invece, si assiste al ritorno di questi fondi che, è vero, soddisfano la domanda di sicurezza, ma limitano la possibilità degli investitori di partecipare alla ripresa del ciclo, perchè per garantire il capitale devono rinunciare a scelte più coraggiose.

Fondi Private equity sbarcano in Turchia

Mercoledì 27 Febbraio 2008

admin

I fondi private equity europei attraversano per la prima volta il Mediterraneo con un’operazione di grande taglia. E l’Italia sta giocando un ruolo di primo piano in questa operazione.Bc partners, assistita nell’operazione da Dea Capital del gruppo De Agostini e dalla turca Turkven, si è aggiudicata ieri il 50,8% di Migros Turk, la principale catena di supermercati della Turchia messa in vendita dalla conglomerata Koc Group. La valutazione dell’intera Migros Turk, che è uno dei primi trenta gruppi quotati in Borsa in Turchia, ammonta a 2,2 miliardi di euro: il veicolo societario messo assieme dai tre fondi di private equity investirà all’inizio direttamente poco più di 500 milioni, facendosi finanziare dalle banche turche per altri 500, in modo da acquisire il 50,8% della catena di supermarket. Poi lo stesso veicolo societario lancerà un’Opa sulle restanti azioni Migros Turk quotate alla Borsa di Istanbul mantenendo all’incirca le stesse proporzioni tra capitale investito direttamente e crediti bancari. Questa è sicuramente la più grande operazione di private equity annunciata in Turchia e anche il primo caso di una società quotata che finisce a operatori interessati a toglierla dal listino. Ma la mossa è significativa anche perchè segnala la spinta dei private equity americani e della vecchia Europa a muoversi verso mercati che abbiano caratteristiche di crescita maggiori di quelli domestici. Non a caso Bc Partners ha dovuto battersi contro concorrenti di peso come i fondi americani Kolberg Kravis Roberts e Blackstone, mentre negli scorsi mesi era in gara anche il colosso francese della grande distribuzione Carrefour.

Anna Gervasoni direttore generale dell’Aifi, l’associazione italiana del private equity, dice che “C’è grande interesse per i possibili sviluppi sulla sponda Sud del Mediterraneo ancora poco esplorata e ad esempio in aprile si terrà a Tunisi una riunione degli operatori del private equity di tutta l’area ed europei che sarà un’opportunità per stringere contatti”.

Il caso della grande distribuzione turca è emblematico della ricerca di aree e settori dove la crescita sia più efferverscente del 2% o poco meno a cui pare destinata l’Unione europea nei prossimi tempi. Migros Turk è la prima catena di supermercati del paese, che ha circa il 22% del mercato nazionale ed opera attraverso 900 punti vendita in oltre cinquanta città attraverso supermercati classici, ipermercati e discount. E il paese, vista la forte crescita dei consumi al dettaglio e il processo di urbanizzazione che spinge sempre più consumatori verso la grande distribuzione, ha il vantaggio di essere un mercato tutt’altro che maturo ma che è comunque vicino sia geograficamente che politicamente all’Unione europea.

L’operazione ha una forte componente italiana, visto che a portarla avanti per Bc Partners è stato il team tricolore guidato dal senior partner Francesco Conte e dal country manager Antonio Belloni, assistito anche da un altro partner londinese ma di origini greche, Nikos Stathopoulos. E proprio Belloni, che è approdato al private equity dopo essere stato amministratore delegato del gruppo De Agostini, ha giocato un ruolo nell’imbarcare nell’affare il gruppo di Novara attraverso Dea Capital, che avrà una quota del 18% nella società veicolo. Ma decisivo per lo sbarco su un mercato come quello turco è stata anche la collaborazione delle banche locali che conoscevano bene Migros e la sua situazione finanziaria, visto che in un momento di credito difficile difficilmente i fondi di private equity avrebbero ottenuto finanziamenti da grandi banche internazionali.