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Archivio della Categoria 'obbligazioni'


Obbligazioni Alitalia saranno rimborsate al 50%

domenica 12 aprile 2009

admin

 

E’partita l’operazione di rimborso per chi ha investito in obbligazioni di Alitalia.

Anche se sarà soltanto un rimborso parziale e non totale ma chi ha investito in obbligazioni Alitalia potrà avere indietro il 50% del proprio denaro ed il tutto avverrà attraverso lo scambio con titoli di Stato di nuova emissione senza nessuna cedola e con scadenza nell’anno 2012.

Chi ha investito in obbligazioni Alitalia ha tre mesi di tempo per presentare la domanda di rimborso dopo di che qualunque diritto relativo alle obbligazioni andrà perso per sempre. (continua…)

Come funzionano i Tremonti Bond

giovedì 26 febbraio 2009

admin

 

Il ministro dell’Economia Tremonti ha firmato ieri il decreto che dà il via libera alla sottoscrizione dei cosiddetti Tremonti Bond da parte del Tesoro.

I Tremonti Bond sono delle obbligazioni subordinate emesse dalle banche quotate al fine di rafforzare il loro capitale di vigilanza.

Una interessante novità è la richiesta da parte del Tesoro alle banche che vogliono sottoscrivere i Tremonti Bond di osservare 5 punti di carattere etico-sociale che sono: (continua…)

Depositi e conti bancari sono sicuri: rimborsi fino a 103 mila euro

martedì 7 ottobre 2008

admin

Le Banche in questi giorni sono sempre più sotto tiro ma i risparmiatori sono sempre tutelati.
Nel nostro sistema, infatti, fin dal 1987 è attivo in Italia il Fondo interbancario di tutela dei depositi, costituito prima come consorzio
volontario, poi come consorzio obbligatorio di diritto privato, riconosciuto dalla Banca d’Italia. Dal 1996, poi, è in vigore una direttiva comunitaria specifica che riguarda tutte le banche della Ue, e prevede una garanzia minima di 20.000 euro.
Non c’è, dunque nessun rischio che si possano perdere i soldi depositati o investiti nel caso di crisi dell’istituto.
Tutte le banche sono infatti assicurate per legge, in Italia il Fondo interbancario assicura, nei limiti previsti dallo statuto, i depositanti delle banche italiane, delle succursali di banche italiane negli altri paesi comunitari, e delle succursali in Italia di banche comunitarie ed extracomunitarie consorziate. Per le succursali di banche extracomunitarie autorizzate in Italia esiste l’obbligo di adesione al Fondo a meno che non partecipino a un sistema di garanzia estero equivalente. In questo caso la tutela corrisponderà a quella offerta dal sistema di assicurazione dei depositi del paese di origine.
Per le banche che aderiscono al sistema del fondo interbancario italiano l’importo garantito arriva fino ad un massimo di 103.291,38 euro per depositante e per istituto di credito. Coperti anche gli assegni circolari e i titoli assimilati purché nominativi. Nessuna garanzia, invece, per i depositi e gli altri fondi rimborsabili al portatore. Ovviamente la garanzia opera sia nel caso si tratti di istituti di credito “tradizionali”, quindi con gli sportelli sul territorio, sia di banche che offrono solo conti on line. E lo stesso vale per i Certificati di deposito emessi dalle banche, purché intestati e non al portatore.
Sono invece esclusi dal sistema i fondi investiti in operazioni di pronti contro termine o in obbligazioni. Si tratta, infatti, di investimenti e non di depositi, e di conseguenza non rientrano nelle tutele previste dal Fondo.
Il caso di messa in liquidazione il sistema di garanzia prevede una specifica procedura da seguire nel malaugurato caso di messa in liquidazione della banca. Nel caso in cui questo dovesse accadere, entro un mese dalla nomina del liquidatore il depositante viene contattato tramite raccomandata ed informato delle somme risultanti a suo credito. Entro i primi tre mesi dall’inizio della liquidazione coatta amministrativa della banca, prorogabili ad un periodo non superiore a nove mesi, sono rimborsati 20.000 euro. La restante parte viene restituita, entro il limite di 103.291,38 euro, in base ai tempi della liquidazione stabiliti dai liquidatori.
Per quel che riguarda invece gli investimenti offerti dalle banche è in vigore da alcuni mesi la direttiva Mifid che ha imposto nuovi obblighi per la tutela del cliente soprattutto per quanto riguarda l’adeguatezza delle operazioni offerte rispetto al profilo di rischio dell’investitore. E per chi avesse il dubbio di aver acquistato titoli in precedenza “spinto” da consigli non proprio disinteressati del suo istituto di credito, a breve sarà operativo il nuovo sistema di conciliazione che prenderà il posto dell’Ombudsman dell’Abi.

Banca Intesa Sanpaolo lancia superbond

mercoledì 23 aprile 2008

admin

Intesa Sanpaolo ha lanciato sul mercato europeo un’emissione obbligazionaria denominata superbond per 1,25 miliardi di euro destinata ai mercati internazionali. L’ammontare è sostanzialmente pari a quello delle emissioni della specie in scadenza nel corso del 2008. La cedola, pagabile in via posticipata l’8 maggio di ogni anno a partire dall`8 maggio 2009 fino a scadenza, è pari a 6,625%. Il prezzo di riofferta è stato fissato in 99,310%.

Investire in Obbligazioni Enel: meglio a tasso variabile o fisso?

venerdì 21 marzo 2008

admin

Le obbligazioni Enel possiamo dire che hanno un grado di affidabilità, cioè un rating, non speculativo ma da investimento. Il meccanismo di indicizzazione ai tassi di mercato di un bond inoltre rende per definizione immune il titolo dal rischio che il rialzo o ribasso dei tassi d’interesse si rifletta sulla quotazione dell’obbligazione.Una obbligazione Enel ha un grado di affidabilità, ossia un rating, non speculativo ma da investimeno in quanto si tratta di una azienda solida. Per quanto riguarda la scelta tra obbligazioni a tasso variabile o a tasso fisso è corretto sostenere che il meccanismo di indicizzazione ai tassi di mercato di un bond rende per definizione immune il titolo dal rischio che un futuro a medio-lungo termine di rialzi o ribassi dei tassi d’interesse si rifletta, negativamente o positivamente nei due diversi casi, sulla quotazione dell’obbligazione. E’ la stessa differenza, indicativamente, tra l’investimento in un Btp a medio-lungo termine a cedola fissa, più rischioso, rispetto a quello in un Cct o in un Btp in euro indicizzato all’inflazione, meno rischioso ma che può essere meno redditizio.

Allarme Bond: le Borse rischiano di crollare

venerdì 14 marzo 2008

admin

E’risaputo che le obbligazioni corporate, cioè emesse dalle società, tendono a comportarsi in maniera simile alle azioni. Nelle fasi positive di mercato il loro prezzo di sale e quindi si riducono rendimento e spread, durante le fasi negative invece il prezzo scende e quindi aumentano il rendimento e spread. Dato però che si tratta di mercati diversi, può essere utile confrontare l’andamento delle azioni e delle obbligazioni corporate, per valutare il rispettivo stato di salute e i rispettivi comportamenti.Se affianchiamo l’andamento dell’indice Europeo Eurostoxx50 (su base 100) a quello dell’indice JPM Inv. Grade, che misura lo spread medio, ossia il differenziale di rendimento con titoli di Stato pari scadenza, delle obbligazioni europee con rating almeno di Baa3/BBB considerate “non speculative”, dovremmo trovare una corrispondenza di movimenti. Quando l’Eurostoxx50 sale, l’indice JP Morgan dovrebbe scendere, nei periodi positivi è richiesto un minor extra rendimento dalle obbligazioni societarie, e viceversa. Il movimento ovviamente dovrebbe essere contestuale. Invece, molto spesso il comportamento dei bond corporate anticipa quello del mercato azionario, sia come timing che come intensità.

Negli ultimi anni questa situazioni si è verificata in numerose occasioni. Nel periodo tra il 1999 e 2000 l’indice JP Morgan cominciò a salire molto prima (maggio 99) che l’Eurostoxx50 raggiungesse i massimi di periodo (marzo 2000).

Lungi dall’essere un esempio isolato questo “anticipo” dei mercati obbligazionari corporate si è verificata in numerose occasioni nelle successive inversioni di mercato. In almeno altre due circostanze lo spread delle obbligazioni corporate ha segnalato un successivo importante movimento del mercato azionario europeo, con un anticipo di diversi mesi.

Negli anni 2002-2003, l’indice JPM Morgan ha raggiunto un massimo (segnalando quindi il punto di più elevato pessimismo) ad ottobre 2002, per poi recuperare molto rapidamente tornando su livelli più contenuti e segnalando quindi un miglioramento delle prospettive. Circa sei mesi dopo i mercati azionari europei hanno raggiunto i minimi di periodo per poi iniziare un lungo periodo di rialzi.

Un’altra occasione è stata più recentemente l’inversione dei mercati nella seconda metà del 2007.

Il mercato obbligazionario corporate ha cominciato a dare segnali di nervosismo a giugno 2007, iniziando una fase di aumento degli spread molto significativa. Nel frattempo i mercati azionari sono rimasti vicini ai massimi di periodo, per poi iniziare una vera fase ribassista solo a novembre 2007, quindi con circa cinque mesi di ritardo.

Si può quindi concludere che il mercato obbligazionario corporate sia stato, almeno negli ultimi 7 anni, un indicatore “preventivo” sulle inversioni di tendenza più importanti per i mercati azionari.

Guardando l’andamento dei due indici nel loro complesso, emerge chiaramente una correlazione inversa (come è naturale). Vi sono inoltre alcune “anomalie” causate per esempio da specifiche situazioni, come la crisi di GM e Ford, che prima fece aumentare l’indice JP Morgan e poi, con l’uscita delle due società dall’indice (in conseguenza del downgrade sotto Baa3/BBB-), causò una veloce riduzione. Al di là di queste anomalie e oltre alla già citata maggiore “prontezza” dell’indice obbligazionario nel segnalare l’inversione di tendenza dei mercati, spicca a nostro parere l’entità e la velocità del recente movimento.

Lo spread medio delle obbligazioni con rating non inferiore a Baa3/BBB- (cioè investment grade), è vicino ai massimi del 2001-2002. Certo questo dato è influenzato dalla notevole presenza di banche nell’indice JP Morgan; tuttavia, comunque lo si voglia interpretare, il mercato obbligazionario sembra dare due messaggi decisamente preoccupanti:

- il settore bancario è fortemente in crisi e la possibilità di insolvenza è drasticamente aumentata;

- la situazione generale è assai più grave di quanto non mostrino i mercati azionari, il cui movimento in termini relativi è stato fino ad ora assai minore.

Non resta quindi che sperare che questa volta il mercato obbligazionario corporate si stia sbagliando. Se così fosse indubbiamente la fase attuale sarebbe un’opportunità di acquisto; diversamente la situazione potrebbe continuare a peggiorare (soprattutto sui listini azionari).

Le famiglie risparmiatrici cercano investimenti sicuri

giovedì 13 marzo 2008

admin

E’ ormai risaputo che la maggioranza delle famiglie italiane non riesce più a risparmiare. Quei pochi che invece riescono a farlo preferiscono strumenti di investimento per i loro risparmi molto sicuri e tradizionali. Infatti il 17% degli italiani possiede buoni fruttiferi o libretti postali, e questa percentuale è in costante aumento nell’ultimo triennio a fronte di una discesa dei sottoscrittori di fondi, che l’anno scorso sono calati al di sotto del 10%, circa la metà rispetto al picco del 2001. Questi sono i dati emersi da una ricerca di Gfk Eurisko dalla quale risulta anche che gli investitori nel gestito e amministrato sono diminuiti notevolmente negli ultimi cinque anni e oggi sono poco più del 30%, mentre sono aumentati coloro che hanno un conto corrente bancario o postale. La motivazione principale di questa tendenza è la carenza di risorse e risparmi. Quindi, non è una scelta volontaria ma una impossibilità a risparmiare. La ricerca di Gfk Eurisko stima in 2 milioni le famiglie che potrebbero cominciare ad investire nei prossimi mesi. La scarsa propensione al rischio è un fattore che caratterizza da sempre gli italiani e li rende avversi alla Borsa, con un’unica parentesi agli inizi del 2000, quando la percentuale di famiglie con almeno un’azione ha sfiorato il 20% mentre oggi questa percenuale è scesa al 6% sui livelli di vent’anni fa.Le statistiche sulla raccolta dei fondi azionari, in base agli ultimi dati diffusi da Assogestioni, mostrano che i risparmiatori hanno perso gran parte del rally degli ultimi anni, mentre i dati recenti mettono in luce una corsa ai prodotti di liquidità, caratterizzati da una volatilità minima a fronte di rendimenti contenuti.

Al bisogno di sicurezza in un clima di discesa delle Borse, l’industria sta rispondendo con il lancio di prodotti a capitale garantito o protetto. Lo aveva già fatto dopo lo scoppio della bolla speculativa nel 2000, poi, però, era prevalso il filone degli strumenti a ritorno assoluto che hanno convogliato gran parte dei flussi di raccolta proprio mentre i mercati azionari cominciavano a risalire. Ora, invece, si assiste al ritorno di questi fondi che, è vero, soddisfano la domanda di sicurezza, ma limitano la possibilità degli investitori di partecipare alla ripresa del ciclo, perchè per garantire il capitale devono rinunciare a scelte più coraggiose.

Fondi di investimento in piena crisi e recessione!

venerdì 8 febbraio 2008

admin

L’industria del risparmio gestito è a un bivio, nel campo dei fondi di investimento si registra un deflusso record di 53 miliardi di euro nel 2007 dopo quello di 42,5 del 2006, mostra ancora come i clienti e gli investitori abbandonano questo strumento, e preferiscono altre forme di investimenti. Perdono continuamente clienti come un rubinetto rotto perde l’acqua. Così succede che clienti insoddisfatti preferiscono farsi ridare i soldi indietro e impiegare i propri risparmi in un altro modo. Questoè comprensibile, anche perché questi strumenti rendono poco e, colmo dei colmi, costano sempre troppo, persino quando le cose vanno male.

La crisi dei fondi d’investimento italiani meno 53 miliardi nel 2007 non è più un fenomeno transitorio, ma qualcosa di strutturale.

E, si potrebbe dire, persino di irreversibile. Insomma, una crisi profonda, che mette in forse anche la sopravvivenza di molte società di gestione, e obbliga quelle che vogliono restare sul mercato a cercare una svolta.

Mentre da più parti si invoca un intervento del Governo per eliminare l’esasperata tassazione dei fondi italiani, che li penalizza rispetto a quelli stranieri, e le maggiori incombenze burocratiche. Insomma, sembra proprio di essere alla vigilia di un radicale ripensamento di questo strumento, nato oltre venti anni fa per colmare un vuoto normativo e consentire anche agli italiani di investire in azioni e obbligazioni senza essere costretti a comprare singoli titoli ma diversificando il rischio.

Ormai la diagnosi dei mali di cui soffrono i fondi italiani è completa. E non intervenire adesso metterebbe a rischio la loro stessa sopravvivenza. Lo scorso novembre Assogestioni, l’associazione che riunisce la gran parte delle società di gestione (a loro volta perlopiù facenti capo a gruppi bancari) ha organizzato un convegno a cui ha partecipato, come relatore, un pezzo da novanta come Luigi Spaventa. A quest’ultimo è toccato di spiegare il perché della fuga dai fondi, che dura ormai da diversi anni, anche se ultimamente ha avuto un’accelerazione sorprendente.

La cesura rispetto a un passato tutto sommato brillante è datata 2000. Quell’anno la raccolta netta dei fondi, ovvero il saldo fra nuove sottoscrizioni e riscatti, si ferma per la prima volta, anche se ha ancora un seppur piccolo segno positivo. Il declino dei fondi italiani comincia nel 2001, quando appare per la prima volta un rosso nella raccolta netta: il saldo totale è però ancora positivo grazie ai fondi esteri, la maggior parte dei quali sono roundtrip, ovvero costituiti all’estero da società di gestione italiane. Un 2002 piatto lascia il posto a un 2003 con un segno più per i fondi italiani: a questo punto, però, cominciano a crescere gli strumenti esteri e così faranno per tutti gli anni successivi, salvo una leggera diminuzione della crescita nel 2006. Nel 2004 i fondi italiani sono in forte rosso, e la crisi continua nel 2005 e si protrae, approfondendosi, nel 2006, quando il passivo totale (esteri inclusi) è intorno ai 9 miliardi (42,5 solo italiani). Nel 2007 il crollo diventa una valanga: meno 53 miliardi. Rispetto al 1997, il peso dei fondi in mano alle famiglie sul Pil si riduce del 22,1 per cento.

L’altra bella domanda è dove vanno a finire i soldi che escono dai fondi, visto che comunque gli italiani continuano a risparmiare. Vanno a finire soprattutto in obbligazioni strutturate e, soprattutto, in polizze vita e fondi pensione, che insieme aumentano di quasi il 15 per cento sul Pil. Da qui l’accusa, che le società di gestione rivolgono alle loro stesse casemadri, le banche, di spingere volontariamente i risparmiatori ad abbandonare i fondi per allettarli con obbligazioni strutturate e polizze. Su questi prodotti continua l’accusa le banche lucrano subito delle belle commissioni che mettono nel bilancio dell’anno. Ma, così facendo, prosciugano il mare dove nuotano le loro sgr.

Le banche respingono le accuse al mittente: se i risparmiatori fuggono dai fondi italiani, ciò è dovuto al basso rendimento che questi ultimi offrono. Inoltre, gli italiani amano meno degli altri rischiare e pretendono sempre più prodotti con garanzia del capitale, che possono essere offerti con obbligazioni strutturate. Dunque, gli istituti di credito non fanno altro che assecondare i bisogni espressi dai clienti.

I fondi azionari hanno avuto dal 2000 ad oggi rendimenti sempre più bassi del rispettivo benchmark (l’indice preso a riferimento): meno 10,4 per cento rispetto al Mib e meno 1 rispetto all’Msci World. Un’analisi più dettagliata svolta da Morningstar (vedi articolo in basso) arriva più o meno alle stesse conclusioni.

Per spiegare i bassi rendimenti, le sgr hanno spesso posto sotto accusa il trattamento fiscale dello Stato italiano, che anticipa la tassazione sul “maturato”, ovvero quando le plusvalenze non sono state ancora realizzate. Spaventa mostra però che nel lungo periodo le differenza tendono ad annullarsi, ma rileva anche che il credito d’imposta può diventare un problema quando “raggiunge una proporzione degli attivi tale da influenzare significativamente la politica degli investimenti”. Del resto, lo stesso Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha chiesto al legislatore di rivedere la tassazione. E le sgr puntano il dito anche su una serie di incombenze burocratiche assai più onerose che all’estero.

Più che l’influenza del fisco, gioca un fattore nei bassi rendimenti il fattore commissioni. Sono eccessivamente alte, dice Spaventa, pari all’1,4% del patrimonio dell’anno. E, soprattutto, non variano rispetto al rendimento del mercato (ovvero, quando le cose vanno male, e il cliente guadagna poco o perde, le commissioni restano stabili).

La svolta. Poiché le sgr italiane non possono continuare a perdere clienti e patrimonio, una svolta è ormai attesa. Ad esempio, se le sgr sono troppo piccole, non possono competere con i colossi internazionali: forse in questo caso è meglio vendere, come sta facendo ad esempio il Mps con il suo asset management. «Oppure spiega Marcello Messori, presidente di Assogestioni è meglio trovare una specializzazione». Mentre per le sgr che già si sono accorpate in virtù dei processi di aggregazione bancaria «sono possibili ulteriori consolidamenti», per raggiungere una massa critica ancora più grande.

Bankitalia: italiano preferiscono investire in Bot più che in azioni e Cct

sabato 26 gennaio 2008

admin

 

I debiti delle famiglie italiane sono sempre più in aumento e gli italiani riscoprono la passione per i Bot, accantonano le azioni e fuggono dai Cct. A scattare la fotografia degli investimenti delle famiglie italiane è la Banca d’Italia. Nel terzo trimestre del 2007, le famiglie hanno maturato debiti per 517,7 miliardi di euro, il 10,35% in più dello stesso periodo dell’anno precedente. Lo stock di azioni in possesso si è invece ridotto dell’1%. Crollo per i Cct che segnano un -14,9% contro il modesto +0,6% fatto registrare dai titoli a medio-lungo termine.

Crescono le disponibilità mantenute «liquide», +2,45%, mentre le quote in fondi comuni non riescono a far breccia nel cuore e registrano un calo dello stock del 9,7%.

L’aumento degli stock degli investimenti a breve termine in BOT è evidente, infatti si è passati dai 21.352 milioni del terzo trimestre 2006 ai 36.268 milioni del 2007. Se i titoli a medio-lungo termine reggono (+0,6% sul terzo trimestre 2006 a 667.778 milioni), i Cct subiscono un vero e proprio crollo: calano del 14,9% a 11.505 milioni contro i 13.530 milioni del terzo trimestre 2006. Rispetto al secondo trimestre 2007 il calo è ancora più accentuato: -54,1%.

Gli italiani si allontanano dagli investimenti in Borsa: lo stock di azioni in possesso delle famiglie, pur mantenendosi sopra quota 1.000 miliardi, registra una flessione dell’1% rispetto al terzo trimestre 2006 attestandosi a quota 1.024,514 miliardi. Vanno peggio i fondi comuni, che subiscono un calo del 9,7% a 280 miliardi.

mercoledì 23 gennaio 2008

admin

Un’altra giornata pesante per le Borse europee dopo le pessime chiusure delle piazza asiatiche di ieri. Wall Street era chiusa per festività, ma anche da qui le indicazioni sui future sono molto negative con cali intorno ai 5 punti percentuali.

Finchè non si avrà un’idea precisa dell’impatto della crisi dei mutui subprime sulla crescita dell’economia americana, nel sentiment degli investitori sarà prevalente la paura di trovarsi di fronte a una dura recessione e quindi si corre a vendere.

L’indice Nikkei ha chiuso in ribasso del 5,65%, si tratta del peggior calo dall’11 settembre 2001, il giorno dell’attentato alle torri gemelle. Dall’inizio dell’anno la perdita dalla Borsa di Tokio ammonta già al 18%, un bilancio che si riduce al -12% per effetto della rivalutazione dello yen contro la valuta europea.

Pesanti cali anche sulla Borsa di Shanghai dove l’indice A, quello riservato agli investitori domestici, sta perdendo il 7,2%, mentre l’indice B, quello riservato agli investitori esteri, perde il 9%. Da inizio anno la flessione è intorno al -15%.
Non si salva nemmeno Bombay (6.400), le cui contrattazioni sono state sospese per eccesso di ribasso a metà seduta. In questo momento la flessione è intorno al 10%, dopo aver superato un calo del 15%. Graficamente, l’indice ha reagito proprio dai primi livelli di supporto in area 6.300.

In Europa solo il Dax tedesco tiene i supporti in area 6.790, per il resto tutti i supporti sono saltati con violenza. L’S&P/Mib (33.900) non ha nemmeno tentato di frenare la discesa in area 35mila, ma il forte ipervenduto fa aumentare le attese di un rimbalzo.

BONDS : Le tensioni sui mercati azionari spingono sui massimi i prezzi delle obbligazioni. Il bund future vale 116 punti, sui massimi dal marzo 2007. Il rendimento del Bund decennale tedesco è sceso ancora al 3,90%. Negli Stati Uniti l’attesa di un taglio radicale dei tassi ha portato il Treasury Bond decennale a rendere il 3,53%, rendeva il 4,30% non più tardi di fine dicembre. Il mercato dei Titoli di stato rimane l’unico rifugio in questa fase di elevata turbolenza.

PETROLIO :  Sui timori di un rallentamento della domanda comincia a fornire i primi segnali di cedimento anche il prezzo del greggio. Stamattina il Wti (87,30 usd) è sceso a New York sotto gli 88 dollari per la prima volta dall’inizio del 2008, 12 dollari in meno dei massimi storici toccati il 2 gennaio a 100,10 dollari. Dal punto di vista grafico, il movimento potrebbe accelerare al ribasso sotto area 86 usd e puntare rapidamente verso gli 80 dollari. Da monitorare.
Una discesa del greggio e delle materie prime, che per noi sono l’unica area di vera bolla speculativa, sarebbe molto importante per dare alle banche centrali l’opportunità di tagliare i tassi d’interesse con maggior decisione e serenità.

DOLLARO
: Il cambio Euro / dollaro veleggia intorno a 1,442, con qualche sorpresa possiamo dire, viste le attese di un forte taglio dei tassi. Area 1,50 si è dunque dimostrata una resistenza molto più forte del previsto.