23 Aprile 2008
Intesa Sanpaolo ha lanciato sul mercato europeo un’emissione obbligazionaria denominata superbond per 1,25 miliardi di euro destinata ai mercati internazionali. L’ammontare è sostanzialmente pari a quello delle emissioni della specie in scadenza nel corso del 2008. La cedola, pagabile in via posticipata l’8 maggio di ogni anno a partire dall`8 maggio 2009 fino a scadenza, è pari a 6,625%. Il prezzo di riofferta è stato fissato in 99,310%.
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21 Marzo 2008
Le obbligazioni Enel possiamo dire che hanno un grado di affidabilità, cioè un rating, non speculativo ma da investimento. Il meccanismo di indicizzazione ai tassi di mercato di un bond inoltre rende per definizione immune il titolo dal rischio che il rialzo o ribasso dei tassi d’interesse si rifletta sulla quotazione dell’obbligazione.Una obbligazione Enel ha un grado di affidabilità, ossia un rating, non speculativo ma da investimeno in quanto si tratta di una azienda solida. Per quanto riguarda la scelta tra obbligazioni a tasso variabile o a tasso fisso è corretto sostenere che il meccanismo di indicizzazione ai tassi di mercato di un bond rende per definizione immune il titolo dal rischio che un futuro a medio-lungo termine di rialzi o ribassi dei tassi d’interesse si rifletta, negativamente o positivamente nei due diversi casi, sulla quotazione dell’obbligazione. E’ la stessa differenza, indicativamente, tra l’investimento in un Btp a medio-lungo termine a cedola fissa, più rischioso, rispetto a quello in un Cct o in un Btp in euro indicizzato all’inflazione, meno rischioso ma che può essere meno redditizio.
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14 Marzo 2008
E’risaputo che le obbligazioni corporate, cioè emesse dalle società, tendono a comportarsi in maniera simile alle azioni. Nelle fasi positive di mercato il loro prezzo di sale e quindi si riducono rendimento e spread, durante le fasi negative invece il prezzo scende e quindi aumentano il rendimento e spread. Dato però che si tratta di mercati diversi, può essere utile confrontare l’andamento delle azioni e delle obbligazioni corporate, per valutare il rispettivo stato di salute e i rispettivi comportamenti.Se affianchiamo l’andamento dell’indice Europeo Eurostoxx50 (su base 100) a quello dell’indice JPM Inv. Grade, che misura lo spread medio, ossia il differenziale di rendimento con titoli di Stato pari scadenza, delle obbligazioni europee con rating almeno di Baa3/BBB considerate “non speculative”, dovremmo trovare una corrispondenza di movimenti. Quando l’Eurostoxx50 sale, l’indice JP Morgan dovrebbe scendere, nei periodi positivi è richiesto un minor extra rendimento dalle obbligazioni societarie, e viceversa. Il movimento ovviamente dovrebbe essere contestuale. Invece, molto spesso il comportamento dei bond corporate anticipa quello del mercato azionario, sia come timing che come intensità.
Negli ultimi anni questa situazioni si è verificata in numerose occasioni. Nel periodo tra il 1999 e 2000 l’indice JP Morgan cominciò a salire molto prima (maggio 99) che l’Eurostoxx50 raggiungesse i massimi di periodo (marzo 2000).
Lungi dall’essere un esempio isolato questo “anticipo” dei mercati obbligazionari corporate si è verificata in numerose occasioni nelle successive inversioni di mercato. In almeno altre due circostanze lo spread delle obbligazioni corporate ha segnalato un successivo importante movimento del mercato azionario europeo, con un anticipo di diversi mesi.
Negli anni 2002-2003, l’indice JPM Morgan ha raggiunto un massimo (segnalando quindi il punto di più elevato pessimismo) ad ottobre 2002, per poi recuperare molto rapidamente tornando su livelli più contenuti e segnalando quindi un miglioramento delle prospettive. Circa sei mesi dopo i mercati azionari europei hanno raggiunto i minimi di periodo per poi iniziare un lungo periodo di rialzi.
Un’altra occasione è stata più recentemente l’inversione dei mercati nella seconda metà del 2007.
Il mercato obbligazionario corporate ha cominciato a dare segnali di nervosismo a giugno 2007, iniziando una fase di aumento degli spread molto significativa. Nel frattempo i mercati azionari sono rimasti vicini ai massimi di periodo, per poi iniziare una vera fase ribassista solo a novembre 2007, quindi con circa cinque mesi di ritardo.
Si può quindi concludere che il mercato obbligazionario corporate sia stato, almeno negli ultimi 7 anni, un indicatore “preventivo” sulle inversioni di tendenza più importanti per i mercati azionari.
Guardando l’andamento dei due indici nel loro complesso, emerge chiaramente una correlazione inversa (come è naturale). Vi sono inoltre alcune “anomalie” causate per esempio da specifiche situazioni, come la crisi di GM e Ford, che prima fece aumentare l’indice JP Morgan e poi, con l’uscita delle due società dall’indice (in conseguenza del downgrade sotto Baa3/BBB-), causò una veloce riduzione. Al di là di queste anomalie e oltre alla già citata maggiore “prontezza” dell’indice obbligazionario nel segnalare l’inversione di tendenza dei mercati, spicca a nostro parere l’entità e la velocità del recente movimento.
Lo spread medio delle obbligazioni con rating non inferiore a Baa3/BBB- (cioè investment grade), è vicino ai massimi del 2001-2002. Certo questo dato è influenzato dalla notevole presenza di banche nell’indice JP Morgan; tuttavia, comunque lo si voglia interpretare, il mercato obbligazionario sembra dare due messaggi decisamente preoccupanti:
- il settore bancario è fortemente in crisi e la possibilità di insolvenza è drasticamente aumentata;
- la situazione generale è assai più grave di quanto non mostrino i mercati azionari, il cui movimento in termini relativi è stato fino ad ora assai minore.
Non resta quindi che sperare che questa volta il mercato obbligazionario corporate si stia sbagliando. Se così fosse indubbiamente la fase attuale sarebbe un’opportunità di acquisto; diversamente la situazione potrebbe continuare a peggiorare (soprattutto sui listini azionari).
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13 Marzo 2008
E’ ormai risaputo che la maggioranza delle famiglie italiane non riesce più a risparmiare. Quei pochi che invece riescono a farlo preferiscono strumenti di investimento per i loro risparmi molto sicuri e tradizionali. Infatti il 17% degli italiani possiede buoni fruttiferi o libretti postali, e questa percentuale è in costante aumento nell’ultimo triennio a fronte di una discesa dei sottoscrittori di fondi, che l’anno scorso sono calati al di sotto del 10%, circa la metà rispetto al picco del 2001. Questi sono i dati emersi da una ricerca di Gfk Eurisko dalla quale risulta anche che gli investitori nel gestito e amministrato sono diminuiti notevolmente negli ultimi cinque anni e oggi sono poco più del 30%, mentre sono aumentati coloro che hanno un conto corrente bancario o postale. La motivazione principale di questa tendenza è la carenza di risorse e risparmi. Quindi, non è una scelta volontaria ma una impossibilità a risparmiare. La ricerca di Gfk Eurisko stima in 2 milioni le famiglie che potrebbero cominciare ad investire nei prossimi mesi. La scarsa propensione al rischio è un fattore che caratterizza da sempre gli italiani e li rende avversi alla Borsa, con un’unica parentesi agli inizi del 2000, quando la percentuale di famiglie con almeno un’azione ha sfiorato il 20% mentre oggi questa percenuale è scesa al 6% sui livelli di vent’anni fa.Le statistiche sulla raccolta dei fondi azionari, in base agli ultimi dati diffusi da Assogestioni, mostrano che i risparmiatori hanno perso gran parte del rally degli ultimi anni, mentre i dati recenti mettono in luce una corsa ai prodotti di liquidità, caratterizzati da una volatilità minima a fronte di rendimenti contenuti.
Al bisogno di sicurezza in un clima di discesa delle Borse, l’industria sta rispondendo con il lancio di prodotti a capitale garantito o protetto. Lo aveva già fatto dopo lo scoppio della bolla speculativa nel 2000, poi, però, era prevalso il filone degli strumenti a ritorno assoluto che hanno convogliato gran parte dei flussi di raccolta proprio mentre i mercati azionari cominciavano a risalire. Ora, invece, si assiste al ritorno di questi fondi che, è vero, soddisfano la domanda di sicurezza, ma limitano la possibilità degli investitori di partecipare alla ripresa del ciclo, perchè per garantire il capitale devono rinunciare a scelte più coraggiose.
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8 Febbraio 2008
L’industria del risparmio gestito è a un bivio, nel campo dei fondi di investimento si registra un deflusso record di 53 miliardi di euro nel 2007 dopo quello di 42,5 del 2006, mostra ancora come i clienti e gli investitori abbandonano questo strumento, e preferiscono altre forme di investimenti. Perdono continuamente clienti come un rubinetto rotto perde l’acqua. Così succede che clienti insoddisfatti preferiscono farsi ridare i soldi indietro e impiegare i propri risparmi in un altro modo. Questoè comprensibile, anche perché questi strumenti rendono poco e, colmo dei colmi, costano sempre troppo, persino quando le cose vanno male.
La crisi dei fondi d’investimento italiani meno 53 miliardi nel 2007 non è più un fenomeno transitorio, ma qualcosa di strutturale.
E, si potrebbe dire, persino di irreversibile. Insomma, una crisi profonda, che mette in forse anche la sopravvivenza di molte società di gestione, e obbliga quelle che vogliono restare sul mercato a cercare una svolta.
Mentre da più parti si invoca un intervento del Governo per eliminare l’esasperata tassazione dei fondi italiani, che li penalizza rispetto a quelli stranieri, e le maggiori incombenze burocratiche. Insomma, sembra proprio di essere alla vigilia di un radicale ripensamento di questo strumento, nato oltre venti anni fa per colmare un vuoto normativo e consentire anche agli italiani di investire in azioni e obbligazioni senza essere costretti a comprare singoli titoli ma diversificando il rischio.
Ormai la diagnosi dei mali di cui soffrono i fondi italiani è completa. E non intervenire adesso metterebbe a rischio la loro stessa sopravvivenza. Lo scorso novembre Assogestioni, l’associazione che riunisce la gran parte delle società di gestione (a loro volta perlopiù facenti capo a gruppi bancari) ha organizzato un convegno a cui ha partecipato, come relatore, un pezzo da novanta come Luigi Spaventa. A quest’ultimo è toccato di spiegare il perché della fuga dai fondi, che dura ormai da diversi anni, anche se ultimamente ha avuto un’accelerazione sorprendente.
La cesura rispetto a un passato tutto sommato brillante è datata 2000. Quell’anno la raccolta netta dei fondi, ovvero il saldo fra nuove sottoscrizioni e riscatti, si ferma per la prima volta, anche se ha ancora un seppur piccolo segno positivo. Il declino dei fondi italiani comincia nel 2001, quando appare per la prima volta un rosso nella raccolta netta: il saldo totale è però ancora positivo grazie ai fondi esteri, la maggior parte dei quali sono roundtrip, ovvero costituiti all’estero da società di gestione italiane. Un 2002 piatto lascia il posto a un 2003 con un segno più per i fondi italiani: a questo punto, però, cominciano a crescere gli strumenti esteri e così faranno per tutti gli anni successivi, salvo una leggera diminuzione della crescita nel 2006. Nel 2004 i fondi italiani sono in forte rosso, e la crisi continua nel 2005 e si protrae, approfondendosi, nel 2006, quando il passivo totale (esteri inclusi) è intorno ai 9 miliardi (42,5 solo italiani). Nel 2007 il crollo diventa una valanga: meno 53 miliardi. Rispetto al 1997, il peso dei fondi in mano alle famiglie sul Pil si riduce del 22,1 per cento.
L’altra bella domanda è dove vanno a finire i soldi che escono dai fondi, visto che comunque gli italiani continuano a risparmiare. Vanno a finire soprattutto in obbligazioni strutturate e, soprattutto, in polizze vita e fondi pensione, che insieme aumentano di quasi il 15 per cento sul Pil. Da qui l’accusa, che le società di gestione rivolgono alle loro stesse casemadri, le banche, di spingere volontariamente i risparmiatori ad abbandonare i fondi per allettarli con obbligazioni strutturate e polizze. Su questi prodotti continua l’accusa le banche lucrano subito delle belle commissioni che mettono nel bilancio dell’anno. Ma, così facendo, prosciugano il mare dove nuotano le loro sgr.
Le banche respingono le accuse al mittente: se i risparmiatori fuggono dai fondi italiani, ciò è dovuto al basso rendimento che questi ultimi offrono. Inoltre, gli italiani amano meno degli altri rischiare e pretendono sempre più prodotti con garanzia del capitale, che possono essere offerti con obbligazioni strutturate. Dunque, gli istituti di credito non fanno altro che assecondare i bisogni espressi dai clienti.
I fondi azionari hanno avuto dal 2000 ad oggi rendimenti sempre più bassi del rispettivo benchmark (l’indice preso a riferimento): meno 10,4 per cento rispetto al Mib e meno 1 rispetto all’Msci World. Un’analisi più dettagliata svolta da Morningstar (vedi articolo in basso) arriva più o meno alle stesse conclusioni.
Per spiegare i bassi rendimenti, le sgr hanno spesso posto sotto accusa il trattamento fiscale dello Stato italiano, che anticipa la tassazione sul “maturato”, ovvero quando le plusvalenze non sono state ancora realizzate. Spaventa mostra però che nel lungo periodo le differenza tendono ad annullarsi, ma rileva anche che il credito d’imposta può diventare un problema quando “raggiunge una proporzione degli attivi tale da influenzare significativamente la politica degli investimenti”. Del resto, lo stesso Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha chiesto al legislatore di rivedere la tassazione. E le sgr puntano il dito anche su una serie di incombenze burocratiche assai più onerose che all’estero.
Più che l’influenza del fisco, gioca un fattore nei bassi rendimenti il fattore commissioni. Sono eccessivamente alte, dice Spaventa, pari all’1,4% del patrimonio dell’anno. E, soprattutto, non variano rispetto al rendimento del mercato (ovvero, quando le cose vanno male, e il cliente guadagna poco o perde, le commissioni restano stabili).
La svolta. Poiché le sgr italiane non possono continuare a perdere clienti e patrimonio, una svolta è ormai attesa. Ad esempio, se le sgr sono troppo piccole, non possono competere con i colossi internazionali: forse in questo caso è meglio vendere, come sta facendo ad esempio il Mps con il suo asset management. «Oppure spiega Marcello Messori, presidente di Assogestioni è meglio trovare una specializzazione». Mentre per le sgr che già si sono accorpate in virtù dei processi di aggregazione bancaria «sono possibili ulteriori consolidamenti», per raggiungere una massa critica ancora più grande.
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26 Gennaio 2008
I debiti delle famiglie italiane sono sempre più in aumento e gli italiani riscoprono la passione per i Bot, accantonano le azioni e fuggono dai Cct. A scattare la fotografia degli investimenti delle famiglie italiane è la Banca d’Italia. Nel terzo trimestre del 2007, le famiglie hanno maturato debiti per 517,7 miliardi di euro, il 10,35% in più dello stesso periodo dell’anno precedente. Lo stock di azioni in possesso si è invece ridotto dell’1%. Crollo per i Cct che segnano un -14,9% contro il modesto +0,6% fatto registrare dai titoli a medio-lungo termine.
Crescono le disponibilità mantenute «liquide», +2,45%, mentre le quote in fondi comuni non riescono a far breccia nel cuore e registrano un calo dello stock del 9,7%.
L’aumento degli stock degli investimenti a breve termine in BOT è evidente, infatti si è passati dai 21.352 milioni del terzo trimestre 2006 ai 36.268 milioni del 2007. Se i titoli a medio-lungo termine reggono (+0,6% sul terzo trimestre 2006 a 667.778 milioni), i Cct subiscono un vero e proprio crollo: calano del 14,9% a 11.505 milioni contro i 13.530 milioni del terzo trimestre 2006. Rispetto al secondo trimestre 2007 il calo è ancora più accentuato: -54,1%.
Gli italiani si allontanano dagli investimenti in Borsa: lo stock di azioni in possesso delle famiglie, pur mantenendosi sopra quota 1.000 miliardi, registra una flessione dell’1% rispetto al terzo trimestre 2006 attestandosi a quota 1.024,514 miliardi. Vanno peggio i fondi comuni, che subiscono un calo del 9,7% a 280 miliardi.
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23 Gennaio 2008
Un’altra giornata pesante per le Borse europee dopo le pessime chiusure delle piazza asiatiche di ieri. Wall Street era chiusa per festività, ma anche da qui le indicazioni sui future sono molto negative con cali intorno ai 5 punti percentuali.
Finchè non si avrà un’idea precisa dell’impatto della crisi dei mutui subprime sulla crescita dell’economia americana, nel sentiment degli investitori sarà prevalente la paura di trovarsi di fronte a una dura recessione e quindi si corre a vendere.
L’indice Nikkei ha chiuso in ribasso del 5,65%, si tratta del peggior calo dall’11 settembre 2001, il giorno dell’attentato alle torri gemelle. Dall’inizio dell’anno la perdita dalla Borsa di Tokio ammonta già al 18%, un bilancio che si riduce al -12% per effetto della rivalutazione dello yen contro la valuta europea.
Pesanti cali anche sulla Borsa di Shanghai dove l’indice A, quello riservato agli investitori domestici, sta perdendo il 7,2%, mentre l’indice B, quello riservato agli investitori esteri, perde il 9%. Da inizio anno la flessione è intorno al -15%.
Non si salva nemmeno Bombay (6.400), le cui contrattazioni sono state sospese per eccesso di ribasso a metà seduta. In questo momento la flessione è intorno al 10%, dopo aver superato un calo del 15%. Graficamente, l’indice ha reagito proprio dai primi livelli di supporto in area 6.300.
In Europa solo il Dax tedesco tiene i supporti in area 6.790, per il resto tutti i supporti sono saltati con violenza. L’S&P/Mib (33.900) non ha nemmeno tentato di frenare la discesa in area 35mila, ma il forte ipervenduto fa aumentare le attese di un rimbalzo.
BONDS : Le tensioni sui mercati azionari spingono sui massimi i prezzi delle obbligazioni. Il bund future vale 116 punti, sui massimi dal marzo 2007. Il rendimento del Bund decennale tedesco è sceso ancora al 3,90%. Negli Stati Uniti l’attesa di un taglio radicale dei tassi ha portato il Treasury Bond decennale a rendere il 3,53%, rendeva il 4,30% non più tardi di fine dicembre. Il mercato dei Titoli di stato rimane l’unico rifugio in questa fase di elevata turbolenza.
PETROLIO : Sui timori di un rallentamento della domanda comincia a fornire i primi segnali di cedimento anche il prezzo del greggio. Stamattina il Wti (87,30 usd) è sceso a New York sotto gli 88 dollari per la prima volta dall’inizio del 2008, 12 dollari in meno dei massimi storici toccati il 2 gennaio a 100,10 dollari. Dal punto di vista grafico, il movimento potrebbe accelerare al ribasso sotto area 86 usd e puntare rapidamente verso gli 80 dollari. Da monitorare.
Una discesa del greggio e delle materie prime, che per noi sono l’unica area di vera bolla speculativa, sarebbe molto importante per dare alle banche centrali l’opportunità di tagliare i tassi d’interesse con maggior decisione e serenità.
DOLLARO : Il cambio Euro / dollaro veleggia intorno a 1,442, con qualche sorpresa possiamo dire, viste le attese di un forte taglio dei tassi. Area 1,50 si è dunque dimostrata una resistenza molto più forte del previsto.
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14 Gennaio 2008
Come inizio anno vogliamo cercare di definire e chiarire meglio agli investitori le prospettive dei mercati obbligazionari per i dodici mesi del 2008. Iniziando l’analisi dai titoli di Stato si può notare che il 2007 è stato il terzo anno consecutivo in cui i tassi di interesse sono aumentati e il rendimento medio dei titoli di stato è stato più o meno positivo a seconda delle scadenze in quanto il rendimento delle obbligazioni è stato in media più che sufficiente per assorbire le minusvalenze di prezzo.
Il nuovo anno si è aperto con prospettive abbastaza incerte nel campo degli investimenti obbligazionionari come già si è evidenziato in numerosi report e notizie nelle ultime settmane. Infatti da un lato il previsto rallentamento economico e la forza della divisa europea sembrano poter indicare prospettive di ribasso dei tassi e quindi finalmente un aumento dei prezzi delle obbligazioni ma dall’altro l’aumento dell’inflazione accompagnato dall’acuirsi allo stesso tempo della crisi nel settore immobiliare e dei mutui subprime sembra invece indicare prospettive di nuovi rialzi dei tassi di riferimento.
A quest’ultimo proposito sono da notare le dichiarazioni estremamente “aggressive” di numerosi esponenti della BCE che nelle ultime settimane hanno in numerose occasioni segnalato la necessità di alzare ulteriormente i tassi di riferimento in Eurolandia. E in questo modo le prospettive per i titoli di Stato denominati in euro appaiono assai differenti a seconda delle scadenze e dei paesi emittenti.
Per quanto riguarda le scadenze si evidenzia ancora una volta la struttura estremamente “piatta” con valori molto simili di rendimento.
Gli investimenti in obbligazioni statali con scadenze a brevissimo termine del tipo 0-18 mesi offrono al momento rendimenti molto inferiori rispetto ad obbligazioni non statali di rating elevato. Questa grande differenza è dovuta alla crisi di fiducia che ha colpito i mercati finanziari causata dalla crisi dei mutui subprime che ha penalizzato i tassi Euribor a brevissimo termine e tutte le obbligazioni non di Stato ed in modo particolare quelle emesse da istituti finanziari.
Si possono quindi trovare titoli con scadenza inferiore ai 18 mesi e con rating più elevato rispetto alle emissioni di Italia, Grecia e Portogallo, con rendimenti molto superiori. In alcuni casi la differenza di rendimento può sfiorare il punto percentuale, un valore molto elevato in considerazione della scadenza molto breve.
Per quanto rigarda gli investimenti in obbligazioni con scadenze di brevissimo termine quindi le prospettive per il 2008 non sembrano tanto brillanti visto il notevole handicap di rendimento rispetto ad altre emissioni a meno di un ulteriore significativo deterioramento dei mercati finanziari e della situazione economica generale.
Le obbligazioni con scadenze di breve termine della durata da 18 mesi a 3 anni invece offrono prospettive molto interessanti e conveniente in quanto prima di tutto l’handicap di rendimento rispetto ai titoli non di Stato è in media meno significativo e inoltre il mercato sconta ancora un rialzo dei tassi di riferimento di almeno lo 0,50% entro la fine del 2009.
Infine, in termini di rendimento assoluto, i titoli di queste scadenze offrono livelli molto simili a quelli di maggiore durata e quindi di maggiore rischio.
Con queste tre considerazioni quindi a questo punto possiamo identificare qual’è in questo segmento il miglior rapporto rischio/rendimento:
- nel caso in cui prevalessero i timori di maggior inflazione, il probabile aumento dei tassi di interesse avrebbe un impatto limitato su queste scadenze, sia per ovvi motivi legati alla durata sia per il fatto che l’aumento dei tassi è già in buona parte considerato nei prezzi attuali.
- nel caso invece in cui prevalesse il timore di un forte rallentamento economico, la probabile diminuzione dei tassi di riferimento potrebbe avere un effetto abbastanza significativo nonostante la limitata durata di questi titoli.
Per gli investimenti in obbligazioni con scadenze a medio termine dai 3 ai 7 anni la maggiore durata offre sicuramente migliori prospettive se i tassi nel 2008 saranno in discesa ma maggiori rischi se i tassi invece continueranno a salire ancora nell’anno in corso. Quindi in questo caso possiamo dire che nel complesso il rapporto tra i rischi ed i possibili guadagni risulta abbastanza bilanciato.
Invece per quanto riguarda le obbligazioni con scadenze di lungo e lunghissimo termine che vanno dai 7 ai 30 anni l’incertezza del quadro di riferimento offre prospettive abbastanza incerte e quindi abbastanza a rischio. Infatti nell’ipotesi più positiva il rallentamento economico ed il conseguente probabile ribasso dei tassi avrebbe certamente un effetto positivo, ma i rischi di un aumento dell’inflazione potrebbe limitare la riduzione dei tassi di interesse sulle lunghe scadenze. Quindi le obbligazini con scadenze a lunga durata sembrano attualmente le meno interessanti per chi vuole investire perchè nelle prospettive più pessimiste per l’economia e quindi più ottimista per i tassi di interesse il risultato finale potrebbe essere in termini assoluti il più elevato per chi investe ma viceversa nelle prospettive più ottimiste per l’economia e quindi pessimiste per i tassi di interesse il risultato finale per l’investitore comporterebbe altissime perdite!
Segmentando l’analisi relativamente agli emittenti, risulta a nostro parere sempre più evidente la crescente anomalia del mercato dell’area euro. A fronte infatti del crescente nervosismo dei mercati finanziari per gli emittenti finanziariamente meno solidi, i titoli di Stato dell’area euro continuano a trattare con notevole uniformità a prescindere dallo stato di salute dei conti dei diversi paesi membri.
Il 2007 ha evidenziato una crescente divaricazione tra i paesi e il 2008 rischia di aumentare queste differenze. A nostro parere, si possono identificare quattro situazioni diverse:
- paesi finanziariamente solidi con prospettive in miglioramento: Germania, Austria;
- paesi finanziariamente solidi con prospettive incerte: Francia, Olanda, Belgio (quest’ultimo solo grazie al forte miglioramento degli ultimi anni);
- paesi finanziariamente solidi con prospettive in netto peggioramento: Spagna, Irlanda;
- paesi finanziariamente non solidi con prospettive incerte o in peggioramento: Italia, Grecia, Portogallo. Continua »
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9 Novembre 2007
La rivoluzione copernicana, perché di questo si tratta, è arrivata quasi fino all’ultimo minuto senza la bussola dei regolamenti Bankitalia e Consob. Comunque, proprio in zona Cesarini, i testi con le indicazioni delle autorità di vigilanza sono stati firmati e, dal primo novembre, la Mifid ha debuttato in tutta Europa, Italia compresa. Nel nostro paese, proprio per i ritardi con cui si è giunti all’appuntamento, in realtà l’applicazione di molte norme scatterà “al primo contatto utile con il cliente”, il che vuol dire subito, fin da ora, se è il primo incontro, o appena possibile e al massimo entro il 30 giugno se si tratta di rapporti intermediari clientela già in essere. Ma quando tutti gli aspetti saranno andati a regime probabilmente ci vorranno più di sei mesi l’industria della finanza uscirà trasformata.
La Mifid modifica la filosofia che ha retto finora gli scambi in Italia, a partire dal caposaldo: la concentrazione delle negoziazioni in Borsa. Viene meno il concetto stesso di mercato regolamentato come quello più pesante in termini di caratteristiche, garanzie, ufficialità, rispetto alle eccezioni, ovvero ai circuiti di negoziazioni che rientravano nell’area dei sistemi di scambi organizzati. Viene abolito l’obbligo di concentrazione: non ci sono deroghe e casi particolari (ad esempio prima c’era il mercato dei blocchi) ma occorre verificare se e quanto si estenderà la concorrenza; insomma se realmente si creeranno altri centri di contrattazioni e sopravviveranno nel tempo. L’esperienza ha insegnato che la liquidità tende a concentrarsi; quindi, un solo mercato di negoziazione per ogni titolo o tipologia di titoli. Sarà da vedere come si andranno a sistemare gli scambi in regime di concorrenza soprattutto sui costi. Continua »
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9 Novembre 2007
La crisi dei mutui subprime negli Usa spaventa le famiglie italiane: un contagio di natura psicologica che, tuttavia, influenza il comportamento dei risparmiatori, allontanandoli dal tradizionale investimento su immobili. Quest’anno si va registrando una diminuzione del 15%, dal 70% al 55%, degli italiani che investono in immobili, a vantaggio di strumenti finanziari considerati più sicuri: dai Bot ai certificati di deposito, dalle obbligazioni ai libretti di risparmio, preferiti dal 25% dei risparmiatori contro il 13% del 2006. E tutto questo avviene nonostante che il nostro Paese appaia, tutto sommato, relativamente al riparo dagli effetti della crisi americana.
L’indagine annuale Acri-Ipsos sul risparmio degli italiani nel 2007, presentata dal presidente dell’associazione Giuseppe Guzzetti alla vigilia della 83ª Giornata mondiale del risparmio, disegna un quadro di pessimismo diffuso e rassegnato sull’andamento dell’economia. La debole svolta ottimista che era stata colta dall’indagine Acri-Ipsos 2006 è del tutto svanita, e sono in aumento le famiglie che si dichiarano in difficoltà, arrivando al 38% del totale. I pessimisti sull’andamento dell’economia italiana sono il 52%, contro un 17% che si attende un miglioramento e un 24% che non prevede sostanziali cambiamenti. L’Italia non è sufficientemente attrezzata per affrontare un rallentamento dell’economia internazionale. Continua »
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