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Archivio della Categoria 'titoli stato'

Fondi di investimento in piena crisi e recessione!

Venerdì 8 Febbraio 2008

admin

L’industria del risparmio gestito è a un bivio, nel campo dei fondi di investimento si registra un deflusso record di 53 miliardi di euro nel 2007 dopo quello di 42,5 del 2006, mostra ancora come i clienti e gli investitori abbandonano questo strumento, e preferiscono altre forme di investimenti. Perdono continuamente clienti come un rubinetto rotto perde l’acqua. Così succede che clienti insoddisfatti preferiscono farsi ridare i soldi indietro e impiegare i propri risparmi in un altro modo. Questoè comprensibile, anche perché questi strumenti rendono poco e, colmo dei colmi, costano sempre troppo, persino quando le cose vanno male.

La crisi dei fondi d’investimento italiani meno 53 miliardi nel 2007 non è più un fenomeno transitorio, ma qualcosa di strutturale.

E, si potrebbe dire, persino di irreversibile. Insomma, una crisi profonda, che mette in forse anche la sopravvivenza di molte società di gestione, e obbliga quelle che vogliono restare sul mercato a cercare una svolta.

Mentre da più parti si invoca un intervento del Governo per eliminare l’esasperata tassazione dei fondi italiani, che li penalizza rispetto a quelli stranieri, e le maggiori incombenze burocratiche. Insomma, sembra proprio di essere alla vigilia di un radicale ripensamento di questo strumento, nato oltre venti anni fa per colmare un vuoto normativo e consentire anche agli italiani di investire in azioni e obbligazioni senza essere costretti a comprare singoli titoli ma diversificando il rischio.

Ormai la diagnosi dei mali di cui soffrono i fondi italiani è completa. E non intervenire adesso metterebbe a rischio la loro stessa sopravvivenza. Lo scorso novembre Assogestioni, l’associazione che riunisce la gran parte delle società di gestione (a loro volta perlopiù facenti capo a gruppi bancari) ha organizzato un convegno a cui ha partecipato, come relatore, un pezzo da novanta come Luigi Spaventa. A quest’ultimo è toccato di spiegare il perché della fuga dai fondi, che dura ormai da diversi anni, anche se ultimamente ha avuto un’accelerazione sorprendente.

La cesura rispetto a un passato tutto sommato brillante è datata 2000. Quell’anno la raccolta netta dei fondi, ovvero il saldo fra nuove sottoscrizioni e riscatti, si ferma per la prima volta, anche se ha ancora un seppur piccolo segno positivo. Il declino dei fondi italiani comincia nel 2001, quando appare per la prima volta un rosso nella raccolta netta: il saldo totale è però ancora positivo grazie ai fondi esteri, la maggior parte dei quali sono roundtrip, ovvero costituiti all’estero da società di gestione italiane. Un 2002 piatto lascia il posto a un 2003 con un segno più per i fondi italiani: a questo punto, però, cominciano a crescere gli strumenti esteri e così faranno per tutti gli anni successivi, salvo una leggera diminuzione della crescita nel 2006. Nel 2004 i fondi italiani sono in forte rosso, e la crisi continua nel 2005 e si protrae, approfondendosi, nel 2006, quando il passivo totale (esteri inclusi) è intorno ai 9 miliardi (42,5 solo italiani). Nel 2007 il crollo diventa una valanga: meno 53 miliardi. Rispetto al 1997, il peso dei fondi in mano alle famiglie sul Pil si riduce del 22,1 per cento.

L’altra bella domanda è dove vanno a finire i soldi che escono dai fondi, visto che comunque gli italiani continuano a risparmiare. Vanno a finire soprattutto in obbligazioni strutturate e, soprattutto, in polizze vita e fondi pensione, che insieme aumentano di quasi il 15 per cento sul Pil. Da qui l’accusa, che le società di gestione rivolgono alle loro stesse casemadri, le banche, di spingere volontariamente i risparmiatori ad abbandonare i fondi per allettarli con obbligazioni strutturate e polizze. Su questi prodotti continua l’accusa le banche lucrano subito delle belle commissioni che mettono nel bilancio dell’anno. Ma, così facendo, prosciugano il mare dove nuotano le loro sgr.

Le banche respingono le accuse al mittente: se i risparmiatori fuggono dai fondi italiani, ciò è dovuto al basso rendimento che questi ultimi offrono. Inoltre, gli italiani amano meno degli altri rischiare e pretendono sempre più prodotti con garanzia del capitale, che possono essere offerti con obbligazioni strutturate. Dunque, gli istituti di credito non fanno altro che assecondare i bisogni espressi dai clienti.

I fondi azionari hanno avuto dal 2000 ad oggi rendimenti sempre più bassi del rispettivo benchmark (l’indice preso a riferimento): meno 10,4 per cento rispetto al Mib e meno 1 rispetto all’Msci World. Un’analisi più dettagliata svolta da Morningstar (vedi articolo in basso) arriva più o meno alle stesse conclusioni.

Per spiegare i bassi rendimenti, le sgr hanno spesso posto sotto accusa il trattamento fiscale dello Stato italiano, che anticipa la tassazione sul “maturato”, ovvero quando le plusvalenze non sono state ancora realizzate. Spaventa mostra però che nel lungo periodo le differenza tendono ad annullarsi, ma rileva anche che il credito d’imposta può diventare un problema quando “raggiunge una proporzione degli attivi tale da influenzare significativamente la politica degli investimenti”. Del resto, lo stesso Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha chiesto al legislatore di rivedere la tassazione. E le sgr puntano il dito anche su una serie di incombenze burocratiche assai più onerose che all’estero.

Più che l’influenza del fisco, gioca un fattore nei bassi rendimenti il fattore commissioni. Sono eccessivamente alte, dice Spaventa, pari all’1,4% del patrimonio dell’anno. E, soprattutto, non variano rispetto al rendimento del mercato (ovvero, quando le cose vanno male, e il cliente guadagna poco o perde, le commissioni restano stabili).

La svolta. Poiché le sgr italiane non possono continuare a perdere clienti e patrimonio, una svolta è ormai attesa. Ad esempio, se le sgr sono troppo piccole, non possono competere con i colossi internazionali: forse in questo caso è meglio vendere, come sta facendo ad esempio il Mps con il suo asset management. «Oppure spiega Marcello Messori, presidente di Assogestioni è meglio trovare una specializzazione». Mentre per le sgr che già si sono accorpate in virtù dei processi di aggregazione bancaria «sono possibili ulteriori consolidamenti», per raggiungere una massa critica ancora più grande.

Glossario Termini della Borsa: definizione di denaro, lettera e variazione percentuale

Venerdì 8 Febbraio 2008

admin

Analizziamo i termini utilizzati dagli investitori che vogliono vendere e comprare un titolo in Borsa. Un BTP è quotato sul mercato cosiddetto secondario, dei titoli di Stato. Nel caso dei Btp il prezzo di emissione, detto di aggiudicazione è comunicato subito dopo l’asta e lo si può trovare sul sito del Tesoro.

Nella terminologia degli acquisti in Borsa il termine denaro significa acquisto e lettera significa vendita, e la variazione percentuale (o spread) è la differenza tra le offerte in vendita e le offerte in acquisto degli investitori che vogliono rispettivamente vendere e comprare un titolo, e quindi anche, ma non solo, un BTP quotato sul mercato, cosiddetto secondario, dei titoli di Stato.

Il prezzo di emissione, detto anche di aggiudicazione, è comunicato subito dopo l’asta e lo si può trovare sul sito del Ministero del Tesoro http://www.dt.tesoro.it . Chi dà un ordine di acquisto prima dell’asta pagherà il prezzo cosiddetto di aggiudicazione, più la commissione bancaria, nel giorno “di regolamento” previsto. Il prezzo di aggiudicazione di un BTP a reddito fisso può essere sopra la pari (sopra 100) o sotto la pari (sotto 100), o alla pari (100, caso rarissimo), ma l’acquirente avrà a rimborso sempre il prezzo di 100, per i titoli a cedola fissa o senza cedola. Con una plusvalenza che in termini di rendimento si aggiungerà alle cedole incassate se resterà investito fino a scadenza nel caso il prezzo di aggiudicazione sia stato sotto la pari, e una minusvalenza nel caso di un prezzo pagato sopra la pari. Ovviamente, occorre tener conto dell’imposta del 12,50% su plusvalenze e cedole.

Obbligazioni consigli su dove investire nel 2008

Lunedì 14 Gennaio 2008

admin

Come inizio anno vogliamo cercare di definire e chiarire meglio agli investitori le prospettive dei mercati obbligazionari per i dodici mesi del 2008. Iniziando l’analisi dai titoli di Stato si può notare che il 2007 è stato il terzo anno consecutivo in cui i tassi di interesse sono aumentati e il rendimento medio dei titoli di stato è stato più o meno positivo a seconda delle scadenze in quanto il rendimento delle obbligazioni è stato in media più che sufficiente per assorbire le minusvalenze di prezzo.

Il nuovo anno si è aperto con prospettive abbastaza incerte nel campo degli investimenti obbligazionionari come già si è evidenziato in numerosi report e notizie nelle ultime settmane. Infatti da un lato il previsto rallentamento economico e la forza della divisa europea sembrano poter indicare prospettive di ribasso dei tassi e quindi finalmente un aumento dei prezzi delle obbligazioni ma dall’altro l’aumento dell’inflazione accompagnato dall’acuirsi allo stesso tempo della crisi nel settore immobiliare e dei mutui subprime sembra invece indicare prospettive di nuovi rialzi dei tassi di riferimento.

A quest’ultimo proposito sono da notare le dichiarazioni estremamente “aggressive” di numerosi esponenti della BCE che nelle ultime settimane hanno in numerose occasioni segnalato la necessità di alzare ulteriormente i tassi di riferimento in Eurolandia. E in questo modo le prospettive per i titoli di Stato denominati in euro appaiono assai differenti a seconda delle scadenze e dei paesi emittenti.

Per quanto riguarda le scadenze si evidenzia ancora una volta la struttura estremamente “piatta” con valori molto simili di rendimento.

Gli investimenti in obbligazioni statali con scadenze a brevissimo termine  del tipo 0-18 mesi offrono al momento rendimenti molto inferiori rispetto ad obbligazioni non statali di rating elevato. Questa grande differenza è dovuta alla crisi di fiducia che ha colpito i mercati finanziari causata dalla crisi dei mutui subprime che ha penalizzato i tassi Euribor a brevissimo termine e tutte le obbligazioni non di Stato ed in modo particolare quelle emesse da istituti finanziari.

Si possono quindi trovare titoli con scadenza inferiore ai 18 mesi e con rating più elevato rispetto alle emissioni di Italia, Grecia e Portogallo, con rendimenti molto superiori. In alcuni casi la differenza di rendimento può sfiorare il punto percentuale, un valore molto elevato in considerazione della scadenza molto breve.

Per quanto rigarda gli investimenti in obbligazioni con scadenze di brevissimo termine quindi le prospettive per il 2008 non sembrano tanto brillanti visto il notevole handicap di rendimento rispetto ad altre emissioni a meno di un ulteriore significativo deterioramento dei mercati finanziari e della situazione economica generale.

Le obbligazioni con scadenze di breve termine della durata da 18 mesi a 3 anni invece offrono prospettive molto interessanti e conveniente in quanto prima di tutto l’handicap di rendimento rispetto ai titoli non di Stato è in media meno significativo e inoltre il mercato sconta ancora un rialzo dei tassi di riferimento di almeno lo 0,50% entro la fine del 2009.

Infine, in termini di rendimento assoluto, i titoli di queste scadenze offrono livelli molto simili a quelli di maggiore durata e quindi di maggiore rischio.

Con queste tre considerazioni  quindi a questo punto possiamo identificare qual’è in questo segmento il miglior rapporto rischio/rendimento:

- nel caso in cui prevalessero i timori di maggior inflazione, il probabile aumento dei tassi di interesse avrebbe un impatto limitato su queste scadenze, sia per ovvi motivi legati alla durata sia per il fatto che l’aumento dei tassi è già in buona parte considerato nei prezzi attuali.

- nel caso invece in cui prevalesse il timore di un forte rallentamento economico, la probabile diminuzione dei tassi di riferimento potrebbe avere un effetto abbastanza significativo nonostante la limitata durata di questi titoli.

Per gli investimenti in obbligazioni con scadenze a medio termine  dai 3 ai 7 anni la maggiore durata offre sicuramente migliori prospettive se i tassi nel 2008 saranno in discesa ma maggiori rischi se i tassi invece continueranno a salire ancora nell’anno in corso. Quindi in questo caso possiamo dire che nel complesso il rapporto tra i rischi ed i possibili guadagni risulta abbastanza bilanciato.

Invece per quanto riguarda le obbligazioni con scadenze di lungo e lunghissimo termine che vanno dai 7 ai 30 anni l’incertezza del quadro di riferimento offre prospettive abbastanza incerte e quindi abbastanza a rischio. Infatti nell’ipotesi più positiva il rallentamento economico ed il conseguente probabile ribasso dei tassi avrebbe certamente un effetto positivo, ma i rischi di un aumento dell’inflazione potrebbe limitare la riduzione dei tassi di interesse sulle lunghe scadenze. Quindi le obbligazini con scadenze a lunga durata sembrano attualmente le meno interessanti per chi vuole investire perchè nelle prospettive più pessimiste per l’economia e quindi più ottimista per i tassi di interesse il risultato finale potrebbe essere in termini assoluti il più elevato per chi investe ma viceversa nelle prospettive più ottimiste per l’economia e quindi pessimiste per i tassi di interesse il risultato finale per l’investitore comporterebbe altissime perdite!

Segmentando l’analisi relativamente agli emittenti, risulta a nostro parere sempre più evidente la crescente anomalia del mercato dell’area euro. A fronte infatti del crescente nervosismo dei mercati finanziari per gli emittenti finanziariamente meno solidi, i titoli di Stato dell’area euro continuano a trattare con notevole uniformità a prescindere dallo stato di salute dei conti dei diversi paesi membri.

Il 2007 ha evidenziato una crescente divaricazione tra i paesi e il 2008 rischia di aumentare queste differenze. A nostro parere, si possono identificare quattro situazioni diverse:

- paesi finanziariamente solidi con prospettive in miglioramento: Germania, Austria;

- paesi finanziariamente solidi con prospettive incerte: Francia, Olanda, Belgio (quest’ultimo solo grazie al forte miglioramento degli ultimi anni);

- paesi finanziariamente solidi con prospettive in netto peggioramento: Spagna, Irlanda;

- paesi finanziariamente non solidi con prospettive incerte o in peggioramento: Italia, Grecia, Portogallo. (more…)

Direttiva Mifid per tutelare gli investitori, le nuove norme

Venerdì 9 Novembre 2007

admin

La rivoluzione copernicana, perché di questo si tratta, è arrivata quasi fino all’ultimo minuto senza la bussola dei regolamenti Bankitalia e Consob. Comunque, proprio in zona Cesarini, i testi con le indicazioni delle autorità di vigilanza sono stati firmati e, dal primo novembre, la Mifid ha debuttato in tutta Europa, Italia compresa. Nel nostro paese, proprio per i ritardi con cui si è giunti all’appuntamento, in realtà l’applicazione di molte norme scatterà “al primo contatto utile con il cliente”, il che vuol dire subito, fin da ora, se è il primo incontro, o appena possibile e al massimo entro il 30 giugno se si tratta di rapporti intermediari clientela già in essere. Ma quando tutti gli aspetti saranno andati a regime probabilmente ci vorranno più di sei mesi l’industria della finanza uscirà trasformata.

La Mifid modifica la filosofia che ha retto finora gli scambi in Italia, a partire dal caposaldo: la concentrazione delle negoziazioni in Borsa. Viene meno il concetto stesso di mercato regolamentato come quello più pesante in termini di caratteristiche, garanzie, ufficialità, rispetto alle eccezioni, ovvero ai circuiti di negoziazioni che rientravano nell’area dei sistemi di scambi organizzati. Viene abolito l’obbligo di concentrazione: non ci sono deroghe e casi particolari (ad esempio prima c’era il mercato dei blocchi) ma occorre verificare se e quanto si estenderà la concorrenza; insomma se realmente si creeranno altri centri di contrattazioni e sopravviveranno nel tempo. L’esperienza ha insegnato che la liquidità tende a concentrarsi; quindi, un solo mercato di negoziazione per ogni titolo o tipologia di titoli. Sarà da vedere come si andranno a sistemare gli scambi in regime di concorrenza soprattutto sui costi. (more…)

Risparmiatori preferiscono investire in Bot piuttosto che in immobili

Venerdì 9 Novembre 2007

admin

La crisi dei mutui subprime negli Usa spaventa le famiglie italiane: un contagio di natura psicologica che, tuttavia, influenza il comportamento dei risparmiatori, allontanandoli dal tradizionale investimento su immobili. Quest’anno si va registrando una diminuzione del 15%, dal 70% al 55%, degli italiani che investono in immobili, a vantaggio di strumenti finanziari considerati più sicuri: dai Bot ai certificati di deposito, dalle obbligazioni ai libretti di risparmio, preferiti dal 25% dei risparmiatori contro il 13% del 2006. E tutto questo avviene nonostante che il nostro Paese appaia, tutto sommato, relativamente al riparo dagli effetti della crisi americana.

L’indagine annuale Acri-Ipsos sul risparmio degli italiani nel 2007, presentata dal presidente dell’associazione Giuseppe Guzzetti alla vigilia della 83ª Giornata mondiale del risparmio, disegna un quadro di pessimismo diffuso e rassegnato sull’andamento dell’economia. La debole svolta ottimista che era stata colta dall’indagine Acri-Ipsos 2006 è del tutto svanita, e sono in aumento le famiglie che si dichiarano in difficoltà, arrivando al 38% del totale. I pessimisti sull’andamento dell’economia italiana sono il 52%, contro un 17% che si attende un miglioramento e un 24% che non prevede sostanziali cambiamenti. L’Italia  non è sufficientemente attrezzata per affrontare un rallentamento dell’economia internazionale. (more…)

I Titoli di Stato un investimento sicuro

Sabato 3 Novembre 2007

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Negli ultimi mesi, con Piazza Affari in ritirata e la tempesta dei mutui subprime che infuria, l’investitore deve rifugiarsi in porti sicuri come quelli dei titoli di stato. Da gennaio a oggi Cct e Bot hanno reso 2,52% e il 2,32%, battendo l’inflazione ferma in Italia all’1,8%. Per chi ha qualche risparmio da investire conviene comprare Bot, Bpt e Cct, Bund tedeschi o Oat francesi i cui rendimenti lordi superano il 4%, privilegiando le scadenze brevi a 3, 6 oppure 12 mesi. Meglio invece evitare fondi monetari o di liquidità, quasi sempre gravati da commissioni alte. Se si vuole guadagnare di più dei Bot e Cct, il consiglio è quello di acquistare azioni di società solide oggi sottovalutate. Magari, oggi, rendono poco, ma nel giro di qualche anno potrebbero rivalutarsi.

In Borsa record scambi per i Titoli Generali

Venerdì 26 Ottobre 2007

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Le Azioni di Generali corrono in Borsa ai massimi da sei anni sotto la spinta dell’hedge fund Algebris. Ieri il titolo Generali ha fatto un balzo del 5,81% a 32,98 euro con scambi molto intesi, pari al 3,9% del capitale, proprio sull’onda delle aspettative di una battaglia azionaria innescata dalla mossa del fondo britannico che chiede mutamenti radicali alla governance di Trieste, contestando in particolar modo ruolo e retribuzione del presidente Antoine Bernheim e il legame troppo stretto con l’azionista di maggioranza Mediobanca. Il colpo sparato mercoledì da Algebris, forte solo di uno 0,3% di Generali che potrebbe salire all’1%, spinge dunque il titolo, ma solleva anche qualche perplessità.

La banca d’affari Merrill Lynch, che continua a consigliare ai suoi clienti di vendere Generali e considera 29 euro un giusto prezzo, dubita che l’iniziativa di Algebris guadagnerà molto seguito. Primo, secondo noi, perchè l’attuale strategia operativa contiene un sufficiente sforzo. In secondo luogo, dubitiamo che i grandi azionisti di Generali abbiano molta voglia di una riforma radicale. E la casa d’investimenti Chevreux si dice d’accordo con Algebris per quel che riguarda le critiche alla governance di Generali, ma meno d’accordo sulle osservazioni relative alla performance finanziaria della compagnia. Mercoledì il consiglio Generali si riunisce per esaminare i dati trimestrali: in quell’occasione si discuterà con ogni probabilità della lettera, mentre in seguito i vertici della compagnia incontreranno la comunità finanziaria. (more…)

La delusione dei monetari, pesa la crisi subprime e il super euro

Giovedì 18 Ottobre 2007

admin

Chi voleva andare sul sicuro, rifugiandosi nei fondi monetari, è rimasto profondamente deluso dalle performance di questa categoria di investimenti. In media, infatti, il settore da inizio 2007 ha garantito appena guadagni dell’ordine dell’1,7%, ben meno di un Bot, che avrebbe assicurato un rendimento di oltre di 3%. Molti gestori poi hanno portato a casa un saldo in rosso perché avevano puntato massicciamente sugli Abs, quindi titoli collateralizzati, e su prodotti strutturati, in modo che assumendo un po’ più di rischio potessero ottenere maggiori rendimenti. Invece non è andata così a causa dello scoppio del bubbone dei mutui subprime americani, che ha travolto proprio queste ultime categorie di prodotti. Da considerare poi che la sfrenata corsa dell’euro sul dollaro ha spi azzato non pochi money manager, che probabilmente non si attendevano un taglio così profondo dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve.

Borsa: si accendono le utilities

Lunedì 1 Ottobre 2007

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Piazza Affari è parsa ieri più decisa nel prendere la via del rialzo: Mibtel e SA&P/Mib hanno chiuso a più 0,8%. Gli scambi si sono mantenuti poco al disopra dei 5 miliardi. Le trame operative al rialzo si sono ieri meglio delineate, ed hanno puntato sulle utilities, con Aem Milano e Asm in rialzo del 3,6%, Acea del 2,9% ed Edison del 2,3%. In fermento anche il comparto assicurativo, in attesa che si delinei il programma del gruppo Generali in merito a operazioni di concentrazioni societarie. Non si arresta la ripresa di Fiat (più 3,52%), tornata stabilmente sopra quota 21 euro, poche le performances tra i bancari, mentre Credito artigiano crolla di oltre il 4%, all’annuncio di una pesante ricapitalizzazione. Si rafforzano i titoli telefonici, mentre nel limbo del listino si impennano Acotel (più 12,3%) e Polynt (più 4,6%). Di segno opposto Biesse (meno 6,5%) ed Eutelia (meno 6%).

Platino al massimo valore storico

Lunedì 1 Ottobre 2007

admin

Seduta positiva per il platino con le quotazioni future a 1.335 dollari all’oncia. Il metallo grigio si trova oramai a ridosso del record storico di 1.353 toccato lo scorso maggio. La spinta arriva dalla debolezza del dollaro Usa. Sempre tra i preziosi, modesti realizzi sull’oro con il fixing a 730 dollari l’oncia. Petrolio Wti poco mosso a ridosso di 81 dollari al barile.

 Preziosi da primato con il future del platino a 1.363, nuovo massimo storico. Bene l’oro con il fixing a 734,75 dollari, il il picco degli ultimi 27 anni. Una corsa alimentata dalla profonda crisi del biglietto verde. Secondo la Banca Credit Suisse, ormai i prodotti finanziari sull’oro rappresentano 823 tonnellate di lingotti. Una quantità che supera le riserve auree della Banca del Giappone.