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Archivio della Categoria 'Trading'

Per Alitalia intervengono anche le fondazioni bancarie

Martedì 22 Luglio 2008

admin

Il superconsulente Bruno Ermolli sta portando avanti, lavorando con discrezione, il progetto promosso dal presidente del Consiglio in pectore: «Ci sto lavorando ancora, il presidente Silvio Berlusconi vuole che io vada avanti a lavorarci». Poche parole, confermando la linea della riservatezza: «Questa è la mia unica risposta - risponde Ermolli ai cronisti che lo incalzano - perché sono tenuto al segreto professionale».La girandola di manifestazioni di disponibilità, candidature, indiscrezioni, è il segnale che potrebbe non essere difficile, a questo punto, creare una quota di azionisti italiani come nocciolo di un progetto per il futuro di Alitalia.

Serve anche un partner forte che sia il perno di un piano industriale. E serve una soluzione per arrivare ad una due diligence: se non una nuova gara per la privatizzazione almeno un nuovo mandato dell’azionista al cda, per esempio, perchè i vertici della compagnia possano tornare a sondare l’interesse di potenziali partner disponibili ad acquisire la quota di controllo oggi in mano al Tesoro, e aprire una data room ai candidati. La stessa procedura che aveva portato alla trattativa in esclusiva con Air France.

Indiscrezioni di stampa insistono su contatti tra Lufthansa e Unicredit.

Ma l’attenzione è in queste ore tutta sul prossimo insediamento del nuovo governo perchè il prossimo ministro dell’Economia, come azionista, possa formalmente riaprire il dossier privatizzazione e fare le prime mosse. Atmosfera di attesa anche ai piani alti della compagnia, dove domani torna a riunirsi il cda per fare il punto dopo aver incassato il prestito da 300 milioni del governo, prestito sul quale pende ancora il rischio di una bocciatura da Bruxelles.

Intanto il progetto di cordata italiana incassa l’attenzione delle fondazioni bancarie. «Se ci sono progetti industriali le valutazioni che le fondazioni potranno fare saranno basate su rischio e redditività dell’investimento», dice Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo e Acri, l’associazione di casse di risparmio e fondazioni bancarie. Ma «chiedere oggi se diremo si o no è prematuro, bisogna aspettare un progetto», chiarisce Guzzetti.

Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, guarda con interesse anche alla «minaccia» di Silvio Berlusconi: vendere a Ferrovie. Idea che «non è poi così balzana»: pensando a quando, tra pochi anni, i treni ad alta velocità faranno concorrenza ai voli nazionali, per Bonanni «una gestione comune è del tutto auspicabile in un sistema moderno di efficienza dei trasporti».

Soros vicino all’acquisto di AS Roma e i titoli volano in Borsa

Martedì 27 Maggio 2008

admin

Italpetroli, la società della famiglia Sensi che controlla la Roma, ha ribadito oggi in una nota emessa su richiesta della Consob, l’autorità di controllo del mercato di non aver ricevuto alcuna manifestazione di interesse o offerta relativa all’acquisizione della propria quota di controllo nel club, né che sia in corso alcun processo della dismissione della stessa. Pertanto secondo il comunicato della famiglia Sensi non è previsto alcun incontro con i rappresentanti di Inner Circle Sports per sottoscrivere un accordo per la cessione del pacchetto azionari della A.S. Roma. Le nuove voci sempre più insistenti sull’acquisto della A.S. Roma da parte di Soros hanno fatto volare i titoli in Borsa. Nel pomeriggio le azioni del club giallorosso sono state sospese per eccesso di rialzo quando erano arrivate a superare il +17%.

In chiusura i titoli si sono poi attestati a 1,56 euro, con un balzo del 18,63%.

Dopo il trionfo in Coppa Italia di sabato sera all’Olimpico contro l’Inter, la Roma ha archiviato una stagione da incorniaciare: con il secondo posto in campionato, Supercoppa italiana, e un posto d’onore tra le prime otto della Champions League. Una stagione da applausi insomma, anche se ovviamente resta la delusione per lo scudetto, conquistato dall’Inter all’ultima di campionato.

«I campioni d’Italia siamo noi…», ha urlato sabato sera Rosella Sensi, ma a tenere banco in queste ore sono soprattutto le vicende societarie della squadra. La famiglia Sensi in questi giorni ha continuato a smentire, come ha fatto anche oggi. La posizione che trapela dagli uffici della Roma è sempre la stessa: non c’è stata nessuna offerta concreta perché si possa pensare che tutto si chiuda a breve. Anche se i segnali di una addio imminente - come il saluto di Rosella Sensi all’Olimpico sabato sera - ci sono stati negli ultimi giorni.

Quanto conviene investire in Borsa con l’energia nucleare

Giovedì 8 Maggio 2008

admin

L’energia nucleare è uno dei pochi settori che al momento sembra poter entusiasmare il mercato azionario europeo.

Le quotazioni della società scozzese British Energy sono salite in Borsa del 29% nell’ultimo mese raggiungendo una capitalizzazione di 7,61 miliardi di sterline che sono circa 9,52 miliardi di euro. Si tratta della migliore performance fra i titoli dell’indice Ftse 100 della Borsa di Londra. Le otto centrali nucleari del gruppo sarebbero nel mirino di almeno due maxi utility europee, la tedesca Rwe e la francese Edf. Entrambe avrebbero avuto accesso ai libri contabili e starebbero valutando la possibilità di presentare un’offerta per acquistare il 35,2% di British Energy messa in vendita dal governo britannico. Chi compra, avrà poi l’obbligo di lanciare un’Opa.

Il governo di Gordon Brown non vuole correre il rischio di trovarsi a corto di energia elettrica ed essendo i giacimenti di petrolio del Mare del Nord in via di esaurimento, ha varato un programma di rinnovo del parco centrali nucleari che prevede la realizzazione di nuovi impianti. British Energy dovrebbe essere la capofila nei progetti di costruzione e gestione dei nuovi reattori, e per un investitore straniero la strada più breve per partecipare a questa impresa è quella di comprare la società.

Lo statuto di British Energy prevede che gli azionisti con quote superiori al 15% devono essere approvati dal governo inglese, una misura che sottolinea quanto è delicato e strategico il settore. In ballo ci sono parecchi soldi perché oggi, per realizzare una centrale nucleare di media dimensione e di nuova generazione, ci vogliono, secondo quanto scriveva nei giorni scorsi il Financial Times, circa 2,8 miliardi di sterline ossia 3,5 miliardi di euro. L’amministratore delegato di A2A, Giuliano Zuccoli, stima che per quattro super centrali nucleari da complessivi 10.000 Megawatt, in grado di coprire un quarto del fabbisogno italiano, ci vogliano 20 miliardi di euro.

Fissare dei prezzi in materia di asset nucleari è molto complesso, in quanto le variabili sono molteplici. Un analista finanziario di una sim milanese afferma che, indicativamente, il costo al Megawatt per la costruzione di un reattore nucleare supera di quattro volte quello di una centrale a gas a ciclo combinato, ovvero circa 500mila euro a Megawatt. Calcolare quale sia il valore di questi asset è ancora più complesso, moltissime variabili intervengono. Le centrali nucleari hanno un tempo di vita fissato dalle norme internazionali: oggi è intorno ai 40 anni, ma esiste un largo consenso sulla possibilità di lasciare che vivano e producano fino a 60 anni. Il loro valore, quindi, è legato alla loro età. Un secondo elemento che pesa è l’altissimo costo dello smantellamento a fine vita.

Oltre che dagli elementi di natura politica, il valore di questi asset è fortemente influenzato dalle oscillazioni del prezzo del combustibile fossile e, in prospettiva, da quello dei diritti di emissione dell’anidride carbonica: l’energia elettrica prodotta con l’uranio costa poco, ma il differenziale su quella prodotta con carburanti fossili è volatile quanto il prezzo del petrolio. Edf ed Rwe sembrano intenzionate a non badare a spese per accaparrarsi British Energy. Morgan Stanley ha provato a fare i conti ed è arrivata ad una valutazione basata sui fondamentali di 535 pence per ogni azioni British Energy, contro un prezzo attuale di 726 pence. Gli stessi analisti affermano che se scattasse la gara fra i contendenti, si potrebbe arrivare, in un’ipotesi ritenuta quasi da fantafinanza, a 815 pence per azione.

Quali che siano le valutazioni corrette di questi asset, di sicuro il costo della corrente generata dal nucleare è più basso. Calcolare la differenza non è facile, perché bisogna prendere in considerazione il prezzo del petrolio, il cambio euro/dollaro, il costo del capitale e quello di smantellamento. Secondo un recente articolo pubblicato su CorrierEconomia, un Megawatt di energia nucleare costerebbe circa 45 euro, ovvero la metà del Megawatt prodotto da centrali a gas (ciclo combinato). Con questo differenziale così ampio, non è strano che Enel, bloccata in Italia dalla legge, abbia puntato sul nucleare all’estero. Dei 153,5 Terwattora prodotti nel corso del 2007 dal gruppo, l’11,8% viene dal nucleare: 4,1 Terwattora dalla Spagna e 14,1 Twh da Romania e Slovacchia. Il piano industriale 2008/2012 prevede che il nucleare arrivi a 33,5 Twh, il 10% del totale del gruppo.

Investire nel petrolio e nelle materie prime

Mercoledì 16 Aprile 2008

admin

Gli outlook  di molte banche d’affari, predicono un 2008 pieno di soddisfazioni per chi vuole investire  in materie prime, dal petrolio all’oro, dal cacao al frumento, dal cotone al succo d’arancia. Chi voglia investire in questo settore può farlo da professionista per conto di grandi case di investimento, da “day trader” o anche da semplice risparmiatore. A ciascuna di queste categorie corrispondono ovviamente strumenti finanziari diversi, da quelli più complessi e più rischiosi come i future a quelli più semplici e meno rischiosi come i “certificate” senza leva, dove al massimo si perde la “puntata” che si è fatta sul rialzo o sulla discesa di una tal commodity. Tra i certificate sulle materie prime, particolarmente attiva è Abn Amro, che ha rilasciato una gran quantità di strumenti di questo tipo. I “Mini Future Certificates” sono strumenti di investimento che permettono di avvantaggiarsi della crescita o della discesa degli indici sulle materie prime sfruttando l’effetto moltiplicatore della leva finanziaria. Esistono dei fondi mobiliari che investono in società legate alle materie prime, ma qui l’ottica è di medio-lungo periodo rispetto ai certificate che invece si propongono di guadagnare abbastanza rapidamente basandosi su una scommessa di risalita o di discesa dei prezzi. In questi ultimi anni le materie prime hanno dato agli investitori piccoli e grandi buone occasioni di guadagno. Ma c’è anche chi raccomanda prudenza, perché come per i mercati borsistici, non c’è niente al mondo che sia destinato a salire per sempre.

Attenzione a fidarsi del trader prima di investire.

Mercoledì 2 Aprile 2008

admin

E’ successo che dei clienti avevano sottoscritto una gestione con il Credit Suisse e poi con il crollo di Borsa del 2000 hanno perduto un terzo del capitale in pochi mesi e hanno scoperto che i loro soldi erano investiti in modo arrischiato. Il gestore poi è stato rimosso, ma la banca dice che era tutto regolare.Ma come li selezionano, questi trader, al Credit Suisse? In questi giorni è emersa una voragine nei conti, ben 2,85 miliardi di dollari, causata, ha detto la banca, dagli errori di “un piccolo numero di trader”. Ma un’altra storia che ci hanno raccontato non è recente ed è molto simile, tranne che per un piccolo dettaglio: a rimetterci non è stata la banca, ma un cliente che le aveva affidato i suoi soldi in gestione.

Il signor V. P. fa un lavoro che lo porta continuamente in giro per il mondo, e quasi sempre in posti disagiati dove anche le comunicazioni sono problematiche. Per lunghi periodi non ha la possibilità di seguire i suoi investimenti, così decide di farli gestire da professionisti e sceglie una banca antica e blasonata: il Credit Suisse, appunto. Faranno senz’altro meglio di me, pensa, posso dormire fra quattro guanciali. E’ l’estate del 2000: V. P. firma un contratto per una gestione “bilanciata”, versa 300 milioni di lire e parte tranquillo per il suo lavoro.

Sta fuori sei mesi e al ritorno va a dare un’occhiata a come stanno andando i suoi risparmi. Brutta sorpresa: dei 300 milioni circa un terzo se n’è andato. Ora, è vero che nella seconda metà del 2000 le Borse sono andate malissimo, ma realizzare una perdita del 33% in sei mesi non sembra così normale. V. P. si mette a controllare come sono stati investiti i suoi soldi e resta di sasso: quasi la metà della quota azionaria, 70 milioni, è stata investita su un solo asset, e molto rischioso: il Fondo americano Henderson Horizon, specializzato in azioni della new economy, proprio il settore dove la bolla speculativa era più grossa e quindi più disastroso era stato il crollo.

Ora, la prima cosa che fanno gli amici più esperti quando li informi che hai cominciato a investire i tuoi soldi è di ripetere un vecchio adagio: “Non mettere le uova in un solo paniere”. Questo per dire che la diversificazione del portafoglio è un concetto basilare, vista l’imprevedibilità dei corsi azionari; e tanto più è rischioso l’investimento scelto tanto minore dev’essere la quota che vi si destina, per quanto possa essere promettente. Altrimenti il rischio aumenta in maniera esponenziale.

Ma come, dice V. P.: “Ho scelto una rassicurante ed antica banca svizzera, governata da solida esperienza e amministrata con cautela, insensibile alle bolle speculative e ai richiami pirotecnici della new economy… Credevo, almeno. Se avessi voluto gettarmi in speculazioni azzardate, sono sempre disponibili gli avventurieri delle Bahamas o del Caucaso, che promettono brividi e miracoli”. Protesta, scrive all’ufficio reclami: ancora non sa che sta per cominciare una via crucis di lettere, telefonate, appuntamenti, funzionari e dirigenti che si palesano una volta e poi non si fanno più trovare. Viene a sapere, intanto, che la persona che gestiva i suoi soldi è stata rimossa: indizio evidente che il suo non dev’essere un caso isolato. La banca dapprima risponde in modo possibilista, vedremo, controlleremo. Poi gli spedisce una lunga lettera in cui si dice in pratica che la gestione corrispondeva al profilo di rischio da lui scelto sottoscrivendo una gestione bilanciata, cioè “medio-alto” (“medio-alto”? ma una gestione bilanciata, 50-50, non dovrebbe essere a rischio “medio”?) e che comunque la componente azionaria era stata distribuita su cinque diversi strumenti (“già – osserva V. P. – ma metà era su uno solo, il più rischioso, e l’altra metà divisa fra gli altri quattro”). Insomma, che ci vuol fare: si sa che con le azioni si può perdere. La banca non ha colpe, andrà meglio un’altra volta.

V.P. continua a tempestarli, ma si scontra con un muro di gomma: il funzionario con cui ha parlato il giorno prima dal giorno dopo è irreperibile, viene sballotato da Cesare a Pilato. A un certo punto, la grande concessione: “In via del tutto eccezionale – annuncia una lettera della banca – la Direzione commerciale le ha accordato il rimborso delle commissioni di gestione” per l’anno 2005. “Si sono rovinati – commenta il nostro – a rimborsarmi l’1,25%! Ma io voglio almeno 15.000 euro che, al netto della caduta dei mercati, malcontata è la perdita che si può attribuire alla loro gestione spericolata”.

A quasi otto anni di distanza, V. P. continua testardamente la sua battaglia. Chissà, adesso che “alcuni trader” l’hanno fatta tanto grossa che si è saputo in tutto il mondo, forse i dirigenti saranno più disposti a dargli retta.

Hedge Fund: in arrivo una bufera nel mondo dei Fondi

Venerdì 21 Marzo 2008

admin

E’ chiamato ‘The Hedge Fund Implode Meter’, ed é un sito online che tiene sempre aggiornata la situazione degli hedge fund: con una classifica di quelli falliti, di quelli più a rischio, delle prospettive future. Una sorta di barometro per consigliare gli investitori di fondi a muoversi in questo particolare e molto complicato mondo finanziario nel pieno di una crisi che rischia di peggiorare nei prossimi mesi.Dopo la crisi dei mutui subprime che ha sconvolto i mercati con conseguenze tuttora pesantissime, molti analisti sono convinti che adesso toccherà agli hedge fund.

Secondo l’Economist “Cercare di valutare il comportamento di un ‘hedge fund’ é come tentare di inchiodare un blancmange (un pudding alle mandorle dolci, ndr) al muro, in quanto quello dei fondi a rischio é un mondo darwiniano”.

Al mondo ci sono circa diecimila hedge fund, i cui asset complessivi secondo l’Hedge Fund Research raggiungono la cifra complessiva di 1.870 miliardi di dollari. Quando i mercati finanziari vennero scossi dall’ultima grande crisi (quella del 2000-2001) di hedge fund ce ne erano pochi, ed é per questo che oggi é difficile fare una previsione su come questi fondi reagiranno in una situazione di agitazione dei mercati. Molti sono destinati al fallimento, altri che sono stati concepiti proprio per ricavare benefici dalla crisi potrebbero anche guadagnare un sacco di soldi.

Gli hedge funds, che in italiano vengono denominati fondi speculativi o fondi a rischio non sono una novità degli ultimi anni. Sono concepiti per un mercato di persone agiate, di aziende e di manager, visto che per la legge americana gli investitori devono avere un patrimonio di un milione di dollari o entrate nette per oltre 200mila dollari. L’obiettivo é semplice, ed è quello di produrre rendimenti costanti nel tempo: con investimenti ad alto rischio e con possibilità di ritorni molto fruttuosi.

Il più famoso tra gli Hedge Fund é stato il Quantum Fund, creato nel 1970 da George Soros e Jim Rodgers. Nei successivi dieci anni il fondo ebbe un rendimento del 3.365 per cento (42,5 per centro ogni anno per 10 anni), creando le basi della grande fortuna di Soros. Che divenne famoso, ancora più del suo fondo, nel ‘venerdì nero’ del 16 settembre 1992, quando vendette allo scoperto più di 10 miliardi di dollari in sterline, costringendo di fatto (almeno così si dice) la Banca d’Inghilterra ad uscire dallo Sme e a svalutare la sterlina. Soros guadagnò allora una cifra stimata in 1,1 miliardi di dollari e la fama di “uomo che ha sbancato la Bank of England”.

Il Quantum é ovviamente un’eccezione nel panorama degli hedge fund, che peraltro fino all’inizio del nuovo secolo non hanno avuto una grande espansione. Il boom é infatti degli ultimi anni ed é proprio questo boom che allarma oggi il mondo della finanza. Gli hedge fund hanno infatti la necessità di offrire ai propri sottoscrittori una performance media molto elevata (in genere attorno al 20 per cento all’anno), cosa che richiede a sua volta il ricorso ad operazioni ad alto rischio. Fattore molto importante è che oggi si basano sugli gli hedge funds più che su altri strumenti d’investimento anche i grandi fondi di private equity, che controllano i due terzi delle operazioni realizzate sui listini azionari nordamericani. I tre fondi di private equity più importanti del mercato (Texas Pacific Group, Blackstone e Kkr) hanno insieme una capacità equivalente al 30 per cento del mercato mondiale delle operazioni a breve termine. Ecco perché c’è il timore che se dopo la crisi dei mutui ‘subprime’ toccherà adesso agli ‘hedge’ le conseguenze saranno difficilmente immaginabili.

L’allarme lo ha lanciato a Davos George Soros. Non era il primo, ma le sue parole, data la statura del personaggio, sono quelle che hanno avuto maggiore risonanza da parte dei media. Poi é stata la volta di Alan Greenspan – che ha da poco assunto il ruolo di ‘advisor’ per il guru degli hedge fund John Paulson – e che in un’intervista al ‘Wall Street Journal” ha detto molto chiaramente che siamo vicini alla recessione: «Le recessioni non sono improvvise e sono generalmente anticipate e segnalate da una discontinuità nel mercato e i dati delle ultime settimane possono essere letti in questo senso». Nella sua analisi “I dodici scalini verso il disastro finanziario”, Nouriel Roubini presenta quello che definisce uno scenario da “incubo” o “catastrofico”, scenario che ha adesso diverse probabilità di diventare realtà e di cui anche la Fed e i leader finanziari europei cominciano a prendere atto. Per Roubini la recessione del 2008 (il cui inizio viene datato al dicembre 2007) sarà peggiore di quelle del biennio 19901991 e del 2001. E un ruolo decisivo lo avrà quello che lui chiama il “shadow financial system”, composto proprio da istituzioni non bancarie come gli hedge funds.

Gennaio é stato un mese nero per gli hedge. Quelli che si sono concentrati sul mercato azionario hanno perso una media del 4,1 per cento, la peggiore performance degli ultimi sette anni. ‘Goldman Sachs Investment Partners’, che aveva raccolto sette miliardi di dollari – un record per un nuovo fondo – ha perso il 6 per cento nel suo primo mese; L’ ‘Atticus Global Fund’ di Timothy Barakett, noto per aver ‘scommesso’ su una dozzina di compagnie quotate a Wall Street ha perso il 12 e mezzo per cento. «Naturalmente scommettere grandi cifre sul fatto che la Borsa vada in alto o in basso é oggi un po’ come giocare alla roulette», sostiene un analista di Wall Street. E del resto l’Hedge Fund Reserarch paragona quanto successo in gennaio alle perdite (allora furono del 4,3 per cento) del novembre 2000, quando il collasso della New Economy travolse il mercato finanziario.

L’ultimo colpito, venerdí scorso, é stato un ‘hedge fund’ di Citigroup. Il grande gruppo bancariofinanziario americano ha infatti congelato il fondo Cso Partners, come conseguenza della difficile situazione in cui si trova avendo scommesso – scommessa persa – sui prestiti alla clientela Corporate, cioè alle aziende. Congelamento che ha portato alle dimissioni di John Pickett responsabile del fondo. Cosa é successo? Come ha spiegato il ‘Wall Street Journal’ gli investitori avevano provato ad ottenere il rimborso di 150 dei 500 milioni di dollari di asset di Cso Partners. Che é lo stesso fondo che lo scorso anno aveva fatto registrare perdite tali da costringere Citigroup ad iniettare circa cento milioni di dollari di liquidità. Come in difficoltà é anche un altro di Citigroup, Falcon Plus Strategies. Si tratta di un ‘leverage fund’ operativo dal 30 settembre scorso che nei primi tre mesi di attività avrebbe perso circa il 52 per cento dopo aver puntato sulla fine del ciclo di investimenti legato alla performance delle obbligazioni. Una scommessa perdente.

Il futuro del mercato potrebbe dipendere dal vento che arriva da Asia e Medio Oriente. A scongiurare, o perlomeno a frenare, la crisi degli ‘hedge’, potrebbero infatti pensarci i ‘sovereign funds’, i fondi statali dei paesi del Golfo e asiatici, che sono dotati di un patrimonio superiore ai duemila miliardi di dollari e che viene alimentato continuamente dalla vendita di petrolio e gas. Nelle ultime settimane (stime Thomson Financial) i ‘sovereign funds’ di paesi come Singapore, Emirati Arabi e Arabia Saudita, hanno investito 74 miliardi di dollari in azioni di grandi imprese americane ed europee. Per fare un esempio i ‘sovereign funds’ di Singapore e Kuwait hanno stanziato oltre dodici miliardi di dollari per l’acquisto di quote proprio del Citigroup. Nel solo settore finanziario questi fondi hanno investito già oltre 30 miliardi di dollari in titoli Bear Stearns, Citi, Morgan Stanley e Ubs. Se il petrolio continuerà a viaggiare oltre gli ottanta dollari e dato che i due terzi delle riserve mondiali di greggio sono localizzate nei paesi di quell’area, i grandi gruppi americani ed europei dovranno continuare a fare i conti con loro.

Enel ferma i dividendi per azioni per 5 anni

Mercoledì 19 Marzo 2008

admin

Enel continua a investire e a generare profitti, ma per i prossimi 5 anni gli azionisti non devono farsi nessuna falsa illusione in quanto il gruppo elettrico punta a ridurre il debito e ha deciso di bloccare il dividendo a 0,49 euro per azione con un esborso complessivo che non deve superare i 15 miliardi di euro fino al 2012.Inoltre il cda ha approvato un piano di cessioni che riguarda in particolare gli impianti destinati alla tedesca E.On in base agli accordi su Endesa, il 7% della società russa Ogk-5, la rete elettrica e, infine, gli asset delle energie rinnovabili (per le quali sarà creata presto una nuova società che potrebbe essere quotata). L’obiettivo è rendere disponibili tra gli 8 e i 12 miliardi per tagliare una bella fetta dell’indebitamento finanziario lievitato a 55,7 miliardi di euro, dagli 11,6 miliardi del 2006, dopo la campagna acquisti dei mesi scorsi. Via libera anche agli investimenti: 37 miliardi per la crescita organica e per altre piccole acquisizioni, in particolare in Romania. L’a.d. Fulvio Conti ha presentato ieri a Londra il piano industriale 2008-2012 e i numeri dell’ultimo esercizio finanziario chiuso con un utile di 3,97 miliardi, in crescita del 31% rispetto all’anno precedente. Aumentano anche i ricavi a quota 43,6 miliardi (+13,4%). Il cda, che si è tenuto nella tarda serata di mercoledì, ha deciso un dividendo per il 2007, stabile rispetto all’anno scorso, pari a 0,49 euro per azione di cui 0,20 pagati come acconto a novembre scorso. Il saldo di 0,29 euro sarà corrisposto con stacco della cedola il 23 giugno prossimo e pagamento il 26 giugno. L’assemblea, che dovrà approvare bilancio e dividendo e deliberare sulle nomine, è stata rinviata, come richiesto dal governo, al prossimo 9 giugno (in prima convocazione) e il 10 e 11 (in seconda e terza).

Inizio settimana nero per le Borse Europee con un crollo di oltre 300 miliardi

Mercoledì 19 Marzo 2008

admin

Borse europee e Piazza Affari vanno a picco dopo il taglio del tasso di sconto della Fed e il crollo di Bear Stearns e altre banche Usa. Gli analisti sperano nell’intervento della Bce per aiutare i mercati europei gravati anche dal dollaro debole e dal prezzo del greggio. Mibtel -3,52 a 23.371 punti, S&P/Mib -3,39% a 30.586 punti, All Stars -3,17% a 12.148 punti. Ondata di vendite per Alitalia che chiude con perdite di oltre il 26%, Seat in calo di oltre l’11% Male anche Impregilo, Autogrill e tutti i titoli bancari. Le piazze europee hanno bruciato circa 304mld di euro di capitalizzazione. Contrastata Wall Street:Dow Jones +1,18%, Nasdaq -1,60%.

Euro in forte calo dopo essere volato al nuovo record storico di 1,5904 dollari. La moneta europea chiude poi a 1,5647. L’impennata è arrivata dopo il taglio del tasso di sconto della Fed. In picchiata il dollaro che tocca il minimo storico. Quotazioni in forte ribasso per il greggio, con la crisi del creditizio Usa che ha peggiorato le prospettive di crescita globale. Intanto, domani è previsto l’incontro della Fed sui tassi di rifinanziamento. Oro, tra record storico e calo. Il prezzo del metallo giallo, dopo essere schizzato ad un nuovo massimo record ha registrato una flessione.

Crisi Mutui fa crollare azioni Carlye Capital in Borsa

Venerdì 14 Marzo 2008

admin

La crisi dei mutui miete un altra vittima eccellente. Le azioni del fondo Carlyle Capital, controllato dal colosso dei private equity Carlyle Group, precipitano in Borsa: ad Amsterdam le azioni del fondo controllato dal gigante e attivo in bond garantiti da mutui ipotecari perdono addirittura più dell’80%, dopo che si è diffusa la notizia che il fondo si avvia verso la liquidazione. Carlyle Group ha reso noto che il fondo Carlyle Capital non ha raggiunto un accordo sui rimborsi con i propri creditori, che quindi potranno disporre «rapidamente» di tutti gli asset residui. Il gruppo diventa così una delle principali vittime della crisi finanziaria e ha dichiarato il default su circa 17 miliardi di Euro in debiti, non essendo in grado di reintegrare i margini di garanzia. In un comunicato ufficiale si legge che: “Il gruppo non è stato in grado di trovare un accordo che sia nell’interesse reciproco per stabilizzare la propria situazione finanziaria quindi si aspetta che i creditori prendano rapidamente possesso della quasi totalità degli asset residui”. Secondo quanto riportato da Carlyle Capital gli asset a disposizione del suo portafoglio erano tutti titoli cartolarizzati garantiti da mutui di agenzie governative con rating a tripla A.

La crisi di Carlyle Capital non dovrebbe avere però ripercussioni significative su altri fondi del gruppo Carlyle, né sugli investimenti e sul portafoglio delle consociate. È quanto ha affermato in una nota Carlyle Group, alla luce della probabile messa in liquidazione del fondo finito nella bufera. Il gruppo Carlyle ha ricordato anche di aver cercato con ogni mezzo di evitare la crisi della consociata, mettendo a disposizione fra l’altro una linea di credito da 150 milioni di dollari. La vicenda in cui si è venuto a trovare il fondo viene motivata anche con l’ «estrema volatilità» dei mercati nel corso dell’ attuale crisi di liquidità che ha predeterminato un clima ostile per Carlyle Capital ed altre società di questa tipologia.

Allarme Bond: le Borse rischiano di crollare

Venerdì 14 Marzo 2008

admin

E’risaputo che le obbligazioni corporate, cioè emesse dalle società, tendono a comportarsi in maniera simile alle azioni. Nelle fasi positive di mercato il loro prezzo di sale e quindi si riducono rendimento e spread, durante le fasi negative invece il prezzo scende e quindi aumentano il rendimento e spread. Dato però che si tratta di mercati diversi, può essere utile confrontare l’andamento delle azioni e delle obbligazioni corporate, per valutare il rispettivo stato di salute e i rispettivi comportamenti.Se affianchiamo l’andamento dell’indice Europeo Eurostoxx50 (su base 100) a quello dell’indice JPM Inv. Grade, che misura lo spread medio, ossia il differenziale di rendimento con titoli di Stato pari scadenza, delle obbligazioni europee con rating almeno di Baa3/BBB considerate “non speculative”, dovremmo trovare una corrispondenza di movimenti. Quando l’Eurostoxx50 sale, l’indice JP Morgan dovrebbe scendere, nei periodi positivi è richiesto un minor extra rendimento dalle obbligazioni societarie, e viceversa. Il movimento ovviamente dovrebbe essere contestuale. Invece, molto spesso il comportamento dei bond corporate anticipa quello del mercato azionario, sia come timing che come intensità.

Negli ultimi anni questa situazioni si è verificata in numerose occasioni. Nel periodo tra il 1999 e 2000 l’indice JP Morgan cominciò a salire molto prima (maggio 99) che l’Eurostoxx50 raggiungesse i massimi di periodo (marzo 2000).

Lungi dall’essere un esempio isolato questo “anticipo” dei mercati obbligazionari corporate si è verificata in numerose occasioni nelle successive inversioni di mercato. In almeno altre due circostanze lo spread delle obbligazioni corporate ha segnalato un successivo importante movimento del mercato azionario europeo, con un anticipo di diversi mesi.

Negli anni 2002-2003, l’indice JPM Morgan ha raggiunto un massimo (segnalando quindi il punto di più elevato pessimismo) ad ottobre 2002, per poi recuperare molto rapidamente tornando su livelli più contenuti e segnalando quindi un miglioramento delle prospettive. Circa sei mesi dopo i mercati azionari europei hanno raggiunto i minimi di periodo per poi iniziare un lungo periodo di rialzi.

Un’altra occasione è stata più recentemente l’inversione dei mercati nella seconda metà del 2007.

Il mercato obbligazionario corporate ha cominciato a dare segnali di nervosismo a giugno 2007, iniziando una fase di aumento degli spread molto significativa. Nel frattempo i mercati azionari sono rimasti vicini ai massimi di periodo, per poi iniziare una vera fase ribassista solo a novembre 2007, quindi con circa cinque mesi di ritardo.

Si può quindi concludere che il mercato obbligazionario corporate sia stato, almeno negli ultimi 7 anni, un indicatore “preventivo” sulle inversioni di tendenza più importanti per i mercati azionari.

Guardando l’andamento dei due indici nel loro complesso, emerge chiaramente una correlazione inversa (come è naturale). Vi sono inoltre alcune “anomalie” causate per esempio da specifiche situazioni, come la crisi di GM e Ford, che prima fece aumentare l’indice JP Morgan e poi, con l’uscita delle due società dall’indice (in conseguenza del downgrade sotto Baa3/BBB-), causò una veloce riduzione. Al di là di queste anomalie e oltre alla già citata maggiore “prontezza” dell’indice obbligazionario nel segnalare l’inversione di tendenza dei mercati, spicca a nostro parere l’entità e la velocità del recente movimento.

Lo spread medio delle obbligazioni con rating non inferiore a Baa3/BBB- (cioè investment grade), è vicino ai massimi del 2001-2002. Certo questo dato è influenzato dalla notevole presenza di banche nell’indice JP Morgan; tuttavia, comunque lo si voglia interpretare, il mercato obbligazionario sembra dare due messaggi decisamente preoccupanti:

- il settore bancario è fortemente in crisi e la possibilità di insolvenza è drasticamente aumentata;

- la situazione generale è assai più grave di quanto non mostrino i mercati azionari, il cui movimento in termini relativi è stato fino ad ora assai minore.

Non resta quindi che sperare che questa volta il mercato obbligazionario corporate si stia sbagliando. Se così fosse indubbiamente la fase attuale sarebbe un’opportunità di acquisto; diversamente la situazione potrebbe continuare a peggiorare (soprattutto sui listini azionari).