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Inchiesta USA su titoli UBS collegati ai mutui subprime

20 Febbraio 2008

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Il Wall Stret Journal, citando fonti vicine agli inquirenti dichiara che la Procura di New York sta indagando sul prezzo dei titoli collegati ai <strong>mutui subprime</strong> del colosso svizzero <strong>Ubs</strong>. L’inchiesta della Procura segue quella già aperta dalla <strong>Fed</strong>, la Consob Usa, la quale sta indagando anche su Merrill Lynch. Le fonti fanno sapere che i giudici di New York non hanno ancora emesso mandati di comparizione per testimoniare nei confronti di Ubs e che la l’indagine si ricollega a quella della Sec. La Procura e l’autorità di controllo sulla Borsa sospettano valutazioni non regolari o manipolazioni sulle attività garantite da <strong>mutui</strong>.
Ubs è il gruppo europeo più colpito dalla crisi dei subprime e ha già effettuato svalutazioni su attività legate ai mutui Usa per 18,4 miliardi di dollari, oltre a una perdita complessiva di oltre 4 miliardi di dollari per l’esercizio 2007. A questo proposito è intervenuto il ministro delle Finanze svizzero, Hans-Rudolf Merz per assicurare che le svalutazioni non mettono in pericolo i conti di Ubs. «Ovviamente è allarmante che una cosa simile sia accaduta nonostante la nostra cultura bancaria - dice il ministro al giornale, SonntagsBlick - Non è una cosa buona. Ma nè Ubs, nè il nostro sistema bancario sono in pericolo».

Investimenti, azioni

BANCHE, DAI MUTUI VORAGINE DI 100 MILIARDI

1 Febbraio 2008

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Il toto-perdite della bufera subprime sfonda in surplace quota 100 miliardi di dollari e non accenna a fermarsi. Il contagio invece che circoscriversi, sembra destinato ad allargarsi. A livello geografico, ma soprattutto a nuovi settori come la riassicurazione di bond a rischio e il mondo delle carte di credito, messo alle corde dal rischio che gli americani non riescano più a onorare i loro prestiti. Le banche in ogni angolo del mondo stando passando al setaccio i loro patrimoni. Tra le pieghe delle decine di prestiti strutturati costruiti dai maghi della finanza derivata negli ultimi anni, continuano a emergere prestiti a rischio che gli americani non riescono più a onorare. L’elenco delle “vittime” spazia dall’America alla Francia, dalla Gran Bretagna all’Australia. Il peggio però rischia di non essere ancora alle spalle. Il momento, dicono gli analisti, è delicato. Se inizieranno a saltare i conti dei giganti delle carte di credito al consumo, le conseguenze della bufera subprime potrebbero andare oltre quei 300-600 miliardi di danni pronosticati dai più pessimisti, con conseguenze inimmaginabili. Oggi nei conti delle banche Usa ci sono vere e proprie voragini mentre le casseforti dei paesi in via di sviluppo o baciati dal petroldollaro traboccano di liquidità. Le conseguenze di questo ridisegno della proprietà del colossi di Wall Street rischia di avere conseguenze ben più importanti a lungo termine della crisi dei mutui a rischio.

Investimenti, banche, mercato economico

Le banche tengono le Borse sotto scacco

9 Novembre 2007

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La crisi del credito tiene sempre sotto scacco i mercati finanziari mondiali, incapaci di uscire dalla spirale ribassista in cui si sono infilati a causa del proliferare di cattive notizie provenienti soprattutto dai colossi bancari Usa. La crisi dei mutui subprime indebolisce i bilanci, mina la fiducia degli investitori e aumenta i timori di una sua amplificazione ad altri settori dell’economia.Il clima resta insomma teso, più di quanto dicano gli indici che ieri mostravano ribassi percentualmente non allarmanti Londra, la peggiore, è scesa dell’1%, Milano ha ceduto lo 0,82% e Wall Street ha contenuto le flessioni attorno allo 0,5%. Ciò che più inquieta, semmai, è l’assenza di indicazioni positive da parte delle banche. Dopo le indiscrezioni circolate alla fine della scorsa settimana, Citigroup ha alzato bandiera bianca: alla Sec l’omologa della Consob, il colosso finanziario statunitense ha consegnato una serie di documenti in cui ipotizza svalutazioni tra gli 8 e gli 11 miliardi di dollari conseguenti alle attività agganciate ai prestiti ad alto rischio. Non solo: il risultato netto del terzo trimestre è stato rivisto a 2,21 miliardi rispetto ai 2,38 stimati il mese scorso, da paragonare ai 5,51 miliardi messi in cassaforte nel periodo luglio-settembre 2006 da Citigroup. La Borsa di New York, già mal disposta dopo il licenziamento nel weekend di Charles Prince, sostituito dall’ex titolare del Tesoro Usa, Robert Rubin (ma la casella dell’amministratore delegato è ancora vuota), non l’ha presa bene nonostante l’inatteso rialzo dell’Ism servizi a quota 55,8 in ottobre, e sul titolo sono fioccate le vendite meno 5%. L’effetto di trascinamento sui titoli bancari è stato così inevitabile, con Ubs, Barclays e Hsbc costretti a subire perdite tra il 2,3 e il 3,7%, mentre a Piazza Affari hanno mostrato una certa resistenza Intesa Sanpaolo meno 0,15% e Unicredit meno 0,18%. Motivo? «Le banche italiane - commentava un trader - sono già state massacrate, hanno già dato».

Quanto successo finora rischia tuttavia di essere nulla se paragonato a quanto potrebbe accadere. Secondo Bill Cross, numero uno di Pimco, il più grande gestore mondiale di fondi obbligazionari, se la Federal Reserve non interverrà con un ulteriore taglio dei tassi, il mercato immobiliare andrà incontro a un crollo dei prezzi oscillante tra il 10 e il 15%. Cross considera inoltre «un problema da 1.000 miliardi di dollari» il mercato dei mutui sub prime, destinato a manifestare insolvenze per circa 250 miliardi nei bilanci delle principali banche d’affari statunitensi come Merrill Lynch (che ha già proceduto a svalutazioni per 8,4 miliardi) e, appunto, Citigroup. La cifra di 250 miliardi è contenuta anche in uno studio di Lehman Brothers in cui viene ipotizzato questo ammontare di perdite nell’arco dei prossimi cinque anni, da “spalmare” sulle banche commerciali, sulle agenzie governative del settore (Freddie Mac e Fannie Mae) e sulle compagnie assicurative.

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Risparmiatori preferiscono investire in Bot piuttosto che in immobili

9 Novembre 2007

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La crisi dei mutui subprime negli Usa spaventa le famiglie italiane: un contagio di natura psicologica che, tuttavia, influenza il comportamento dei risparmiatori, allontanandoli dal tradizionale investimento su immobili. Quest’anno si va registrando una diminuzione del 15%, dal 70% al 55%, degli italiani che investono in immobili, a vantaggio di strumenti finanziari considerati più sicuri: dai Bot ai certificati di deposito, dalle obbligazioni ai libretti di risparmio, preferiti dal 25% dei risparmiatori contro il 13% del 2006. E tutto questo avviene nonostante che il nostro Paese appaia, tutto sommato, relativamente al riparo dagli effetti della crisi americana.

L’indagine annuale Acri-Ipsos sul risparmio degli italiani nel 2007, presentata dal presidente dell’associazione Giuseppe Guzzetti alla vigilia della 83ª Giornata mondiale del risparmio, disegna un quadro di pessimismo diffuso e rassegnato sull’andamento dell’economia. La debole svolta ottimista che era stata colta dall’indagine Acri-Ipsos 2006 è del tutto svanita, e sono in aumento le famiglie che si dichiarano in difficoltà, arrivando al 38% del totale. I pessimisti sull’andamento dell’economia italiana sono il 52%, contro un 17% che si attende un miglioramento e un 24% che non prevede sostanziali cambiamenti. L’Italia  non è sufficientemente attrezzata per affrontare un rallentamento dell’economia internazionale. Continua »

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Per il 2008 si prevede crisi nel mercato immobiliare

9 Novembre 2007

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Compravendite immobiliari sempre più in calo, richieste mutui sempre in discesa e tempi di vendita che salgono fino a otto mesi a Milano. Conseguenza nuove costruzioni in discesa. Gli indicatori del mattone volgono al peggio, e in molte situazioni i prezzi cominciano a calare. La fine del più lungo boom del dopoguerra è realtà.Sono almeno tre o quattro anni che da più parti s’invoca la crisi del mattone come una correzione necessaria alle follie del mercato immobiliare dell’ultimo decennio. Il primo a sollevare il problema fu il prestigioso settimanale inglese L’Economist che, un paio d’anni dopo aver tessuto le lodi dell’economia immobiliare per aver ‘salvato il mondo’ da una recessione dopo lo sboom della new economy, si accorse per tempo dei pericoli insiti in una risalita senza freni dei prezzi. Una medicina che aveva sì alimentato la crescita economica ma che ora poteva tramutarsi nel suo esatto contrario, una droga che poteva portare alla rovina.Negli Stati Uniti la correzione sia dei prezzi che del numero di transazioni è già cominciata, abbastanza bruscamente come avviene di solito in quel paese, un anno fa e da allora le Borse mondiali e l’economia del globo sono entrate in fibrillazione. La crisi dei mutui subprime non è altro che la miccia che ha fatto detonare la polveriera e creato pericoli per la crescita economica internazionale. Continua »

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BANCHE scottati dai subprime, gli americani puntano sull’Italia

20 Ottobre 2007

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Il sistema bancario italiano non teme i mutui subprime. Questo emerge da due report pubblicati da Citigroup e Merrill Lynch. Il motivo è semplice: a salvarci è il nostro isolamento. Un sistema poco esposto al mercato dei capitali, ancora fortemente legato al business retail e che si finanzia soprattutto attingendo dai conti correnti dei clienti, mantenendo un basso rapporto prestiti/depositi, vicino al 90%.

Il risultato è che nei portafogli delle banche ci sono pochi strumenti derivati legati ai mutui americani e la crisi di liquidità dovrebbe solo sfiorarle. L’alto tasso di risparmio degli italiani garantisce e garantirà alle aziende di credito tutta la liquidità di cui hanno bisogno.

Uno scenario che se da un lato dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo, dall’altro rimanda alla forza competitiva del nostre banche. Anche su questo argomento Citigroup è ottimista. “Su 10 delle maggiori banche italiane, 7 sono state oggetto di fusione”, e dalle sinergie arriveranno buone sorprese.I titoli preferiti dalla banca d’affari americana sono i big del settore, Unicredit e IntesaSanPaolo, anche se con profili di rischio diversi. Sul primo, Citigroup ribadisce il giudizio buy (comprare) con prezzo obiettivo di 8 euro, il 31% sopra le attuali quotazioni. Unicredit ha circa il 35% dei profitti legati all’Italia, il 25% nell’area del Centro ed Est Europa, mentre il 10% arriva dall’asset management, il 15% dall’investment banking e circa un altro 15% dei profitti saranno il frutto del piano di ristrutturazione delle attività in Germania.“Il gruppo ha appena acquistato Capitalia, Atf in Kazakhstan e Ukrsotsbank in Ucraina. Nei prossimi mesi le novità arriveranno dal piano di integrazione”. Secondo la banca d’affari americana, Unicredit supererà del 7% i target del 2008 indicati dal management nel pano strategico. E quelle che oggi sono caratteristiche difensive, ovvero l’immaturità del mercato dei capitali italiani e i bassi tassi di prestiti alla clientela in Italia, diventeranno il terreno di crescita del gruppo, spiega la banca d’affari.

Citigroup conferma il giudizio buy anche per Intesa-SanPaolo con un prezzo obiettivo di 6 euro, l’11% in più rispetto alle attuale quotazioni. Secondo la banca d’affari, il gruppo italiano vanta una buona cedola, un forte potenziale di crescita e molto capitale in eccesso. Il gruppo ha circa 3 miliardi di euro da distribuire ai soci, probabilmente con dividendi straordinari nei prossimi due anni.

Questa settimana Merrill Lynch ha inserito Intesa-SanPaolo e Monte dei Paschi nella lista dei 5 titoli bancari preferiti. Su Intesa-SanPaolo, numero uno fra i primi cinque titoli scelti dalla banca, Merrill Lynch ha giudizio buy con un target price di 5,4 euro. Secondo gli analisti americani, nel 2008 Intesa-SanPaolo avrà 3,3 miliardi di capitali in eccesso, può arrivare a distribuire una cedola del 7% e vanta un rapporto prestiti sui depositi del 90%.

La terza banca preferita da Merrill Lynch è Monte dei Paschi, per “la buona esposizione in un mercato difensivo come quello italiano”. Il 90% dei ricavi della banca toscana è legato al settore retail, inoltre gli alti costi (60% i ricavi) lasciano ampie possibilità di miglioramento. Ancora Mps non dovrebbe soffrire di alcuna crisi di liquidità, grazie a un rapporto prestiti/depositi del 99%.

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Aumentano rischi nel mercato economico per crisi mutui subprime

8 Ottobre 2007

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Le prolungate turbolenze dei mercati scatenate dalla crisi dei mutui subprime americani hanno “significativamente” aumentato i rischi che gravano sull’economia globale, e per il settore della Finanza le ripercussioni saranno serie e di lunga portata. «Le potenziali conseguenze di questo episodio non vanno sottovalutate, e il processo di aggiustamento potrebbe prortarsi», avverte il Fondo monetario internazionale. E’ ancora troppo presto per dare giudizi definitivi sulle conseguenze di questa fase di turbolenze - nello studio l’Fmi tende ad evitare di far ricorso al termine “crisi” - ma è già chiaro ci sono diverse aree della finanza e del mercato che richiedono interventi: come la trasparenza, la qualità e la quantità di informazioni da fornire sui rischi, e il funzionamento delle agenzie di rating. I policy maker vengono però invitati a muoversi con cautela: nuove eventuali misure andranno vagliate tenendo conto del bilancio costi-benefici, e di tutte le loro possibili conseguenze per il mercato. Guardando innanzitutto alla situazione attuale «le condizioni del mercato del credito potrebbero non normalizzarsi rapidamente», avverte l’Fmi. L’economia globale è entrata in questa fase di turbolenze disponendo di «un solido tasso di crescita». E «la crescita globale permane solida, anche se ci si attende un certo rallentamento. I rischi al ribasso sono aumentati significativamente e, anche se non dovessero materializzarsi, le implicazioni di questo periodo di turbolenza saranno significative e di lunga portata».

Secondo l’Fmi è già abbastanza evidente che diverse aree della finanza globale richiederanno interventi. L’istituzione ne cita cinque.

1) La prima è legata alla situazione di incertezza e mancanza di informazione sui rischi. «Informazioni precise, tempestive e accurate sui rischi sottostanti sono componenti essenziali per consentire al mercato di differenziare adeguatamente l’apprezzamento dei rischi». L’intervento sulla maggiore informazione deve passare sia per la quantità sia per la qualità delle comunicazioni. Ma bisogna studiare con attenzione quali nuove misure di disclosure adottare, vista la gigantesca mole di dati potenzialmente coinvolti e il costo della loro elaborazione-pubblicazione.

2) Secondo, se da un lato l’innovazione e l’evoluzione degli strumenti della finanza hanno contribuito a stabilizzare la situazione, bisogna ora capire come possono aver anche negativamente alimentato queste volatilità dei mercati e queste difficoltà sul credito. In particolare l’Fmi si sofferma sui sistemi di cartolarizzazione di crediti a rischio - come nel caso de mutui subprime americani - che combinati a condizioni di mercato favorevoli sembrano aver incentivato un allentamento dell’attenzione sul controllo dei rischi.

3) Terzo, «vanno riesaminati» il ruolo delle agenzie di rating e l’analisi dei rischi sui titoli derivati e strutturati. «Le agenzie di rating continueranno ad essere un tassello essenziale del funzionamento dei mercati», ma sono emerse «alcune preoccupazioni sulle metodologie che seguono per valutare alcuni prodotti particolarmente complessi». E i dubbi sulla adeguatezza delle valutazioni fatte dalle agenzie, rileva l’Fmi, sono stati ulteriormente suffragati dalla rapidità con cui queste hanno proceduto a downgrade di rating dopo l’inizio della fase di turbolenza dei mercati.

4) Quarto, in un contesto in cui è improvvisamente emersa una evaporazione delle liquidità dal mercato, va adeguatamente commisurato il premio di rischio sui prodotti particolarmente “complessi” e a bassa liquidità. Con le istituzioni finanziarie che devono disporre di «robuste strategie di finanziamento, adattate ai loro modelli di business e in grado di fronteggiare condizioni di stress» del mercato.

5) Quinto e ultimo punto individuato dall’Fmi, prosegue lo studio, è che questi episodi di turbolenza hanno fatto emergere che per le banche il «perimetro di rischi è più ampio di quello comunemente considerato dai parametri legali». Ad esempio i rischi sulla reputazione di un istituito possono costringerlo a farsi carico di spese subite da entità da cui è legalmente separato. E i rischi di cui un istituto pensa di essersi defilato, magari ricoprendosi mediante una cartolarizzazione, possono tornare indietro gravando sulla sua reputazione.

«Adesso - conclude l’Fmi - i policy maker si trovano a dover fronteggiare un delicato compito di bilanciamento. Devono approntare linee guida che stimolino gli investitori a mantenere elevati standard sul credito e a rafforzare i sistemi di gestione dei rischi, sia in situazioni favorevoli che in tempi avversi. Ma le iniziative andrebbero intraprese solo quando i benefici per la collettività superano i costi, stando bene attenti a valutarne tutte le possibili conseguenze».

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Citigroup lancia allarme: crisi mutui pesante

4 Ottobre 2007

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Pesante annuncio: la banca Usa Citigroup stima calo utili del 60% nel terzo trimestre. Ma il titolo sale a Wall Street

La crisi dei mutui non sembra archiviata. Anche se Alan Greenspan, l’ex timoniere della Federal Reserve, intravede segnali incoraggianti, Citigroup, il colosso finanziario leader al mondo, ha lanciato un preoccupante allarme utili, annunciando di aspettarsi per il terzo trimestre dell’anno un calo dei profitti del 60% circa su base annuale. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Dow Jones, il gigante dei servizi finanziari ha motivato la propria decisione con i problemi relativi ai titoli garantiti dai mutui, alle condizioni in cui versa il mercato del credito e al deterioramento delle condizioni del credito al consumo.

algrado il tono delle notizie, la fiducia domina sui mercati finanziari: il titolo Citigroup, a metà giornata sui mercati americani, guadagna addirittura il 2%. Per gli operatori, evidentemente, i motivi che hanno causato il profit warning della banca sono eccezionali e soprattutto transitori e il mangement ha le risorse per tenere sotto controllo il disordine nel business.

Per il numero uno dell’istituto, Charles Prince, i risultati rappresentano comunque una evidente delusione. Commentando l’allarme utili di Citigroup, il presidente e ad ha sottolineato che la flessione dei profitti stata alimentata soprattutto dalla debole performance delle attività del mercato del credito a reddito fisso, dalle svalutazioni nei prestiti (per i leveraged buyout, ovvero le acquisizioni a debito, ndr) e dagli aumenti dei costi del credito al consumo. Parole ancora più severe sono state utilizzate con riferimento alle operazioni di trading delle attività a reddito fisso, definite aberranti. Prince si augura comunque che il ritorno a una reddività normale avvenga nel quarto trimestre dell’anno.

Tornando ai risultati del terzo trimestre, a pesare saranno svalutazioni pari a 1,4 miliardi di dollari in relazione alle operazioni di leveraged buyout al cui finanziamento Citigroup sta lavorando; perdite per un valore di 1,3 miliardi di dollari negli investimenti in titoli garantiti dai mutui; perdite di 600 milioni di dollari nelle attività di trading online che hanno per oggetto asset a reddito fisso. Ancora, Citigroup ha precisato che i costi relativi alle operazioni di credito al consumo saranno superiori di 2,6 miliardi di dollari a causa soprattutto della necessità di aumentare le riserve che coprono le perdite sui prestiti erogati. Gli utili di Citigroup saranno resi noti al mercato il 15 ottobre prossimo.

Insomma, si tratta di una situazione parecchio intricata e legata alla crisi che si è aperta nel settore dei mutui subprime, quelli meno garantiti. Una crisi che ha evidentemente contagiato altri settori della finanza. Eppure c’è chi vede rosa: nell’ennesima intervista rilasciata per promuovere la sua autobiografia, Alan Greenspan ha pronosticato la fine della crisi finanziaria. L’ex presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana, a Londra, ha osservato come negli ultimi giorni le emissioni di bond di lungo termine da parte di aziende abbiano trovato una buona accoglienza sul mercato: Un buon segno, ha dichiarato. Questo significa che la crisi di agosto-settembre forse è terminata, ha concluso. Da Citigroup arrivano, però, segnali preoccupanti.

Anche Dominique Strauss-Khan, durante la sua prima conferenza stampa da presidente del Fondo monetario internazionale, nostra fiducia: la crisi dei subprime non avrà �effetti drammatici, ha detto il neo-presidente dell’Fmi.

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Banche e crisi mutui: i rischi

2 Ottobre 2007

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Mutui mai così alti in Italia dal 2002. L’allarme è stato lanciato il 18 settembre dall’Abi, Associazione delle banche italiane. Ad agosto i tassi medi applicati alle famiglie per l’acquisto di una casa hanno raggiunto il 5,63%, contro il 3,58 di cinque anni fa. Il vicepresidente dell’Adusbef, che si occupa di tutelare i clienti, Antonio Tanza spiega:“L’aumento dei tassi Usa ha accresciuto il numero di famiglie americane che non riescono a pagare il mutuo, mandando in crisi le banche”. Ma in Italia corriamo questo pericolo? Secondo gli esperti le banche italiane chiedono molte garanzie a chi vuole accendere un mutuo, non ci sono rischi di insolvenze di massa. Se dovessero ritrovarsi con poco denaro, è la Banca centrale a compensare. Anche chi ha dei titoli o mutuo è al sicuro, alla banca che dovesse fallire, ne subentrerebbe un’altra, che ne erediterebbe i clienti alle stesse condizioni.

La situazione dei mercati finanziari, scossi dalla crisi dei mutui, non avrà “effetti drammatici sulla crescita mondiale” che ha “basi solide”. Lo afferma Strauss-Kahn nel corso della sua prima conferenza stampa da direttore generale del Fondo monetario internazionale. Situazione “sotto controllo” anche perché “le banche centrali hanno fatto tutto quello che dovevano fare”. “Sarò il direttore generale delle riforme” dice Strauss-Kahn che assicura di rivedere pesi, presenze e politiche dell’istituzione che guiderà.

banche, istituti credito

Ocse taglia stime crescita Usa e Ue per crisi mutui

16 Settembre 2007

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La crisi dei mutui subprime che ha investito gli Stati Uniti è stata “più forte del previsto”. Per questo motivo l’Ocse ha deciso di tagliare le previsioni di crescita dell’Unione europea dal 2,7 al 2,6%, e degli Usa dal 2,1 all’1,9% per quest’anno. Lo ha annunciato il capo economista dell’Organizzazione, Jean-Philippe Cotis, sottolineando che le prospettive di crescita sono “meno promettenti”. Negli Stati Uniti, ha aggiunto, “per ora la nostra diagnosi è quella di un rallentamento, ma non possiamo escludere una recessione”. “Scarso”, invece, il contagio della crisi in Europa.

Dopo il comunicato dell’Ocse, peggiora la performance delle principali piazze europee: a Piazza Affari il Mibtel cede lo 0,95% e l’S&PMib l’1,09%. Male anche Parigi (-0,70%), Francoforte (-0,42%) e Londra (-0,10%).

“Queste revisioni al ribasso - ha detto Vincent Koen, consigliere economico dell’Ocse - sono state largamente influenzate da quello che è successo nel secondo trimestre, e da statistiche di Eurostat nettamente inferiori” alle previsioni di maggio dell’Ocse. Al contrario, non sono ancora del tutto conteggiati gli effetti sulla crescita economica della crisi dei mutui ipotecari negli Usa e della conseguente gelata sui mercati creditizi.

Secondo le stime Ocse, l’economia italiana è cresciuta dello 0,3% nel primo trimestre del 2007, per poi rallentare nel secondo trimestre, con un pil in aumento dello 0,1%, e tornare a una crescita dello 0,3% nel terzo trimestre di quest’anno. Per il quarto trimestre l’aumento previsto è dello 0,4%.

Per quanto rigurda l’area Euro, la crescita sarà dello 0,5% nel quarto trimestre, con un tasso di fine anno al 2,6% dal 2,7% precedente. In Gran Bretagna la crescita salirà al 3,1% dal 2,7% e in Canada al 2,7% dal 2,5%. Per l’area del G7 la crescita sarà del 2,2% dal 2,3% precedente.

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